venerdì 20 giugno 2014

Il Nuovo Mattino di Gian Piero Motti

Alpinisti e montagna ai tempi del Sessantotto.
Negli anni 1974-76 le occasioni di convergenza fra l'anima spontaneista e fricchettona
della nuova sinistra e la controcultura underground di derivazione statunitense furono
numerose (in alto a sinistra: una copertina della rivista "Re Nudo" e il leader di Lotta
Continua Mauro Rostagno ripreso durante un comizio in Piazza Vetra a Milano).
Proprio in quegli anni Gian Piero Motti svolgeva le sue riflessioni sul senso dell'andare
in montagna (a destra, in bianco-nero, impegnato in parete).
Più in basso il logo del noto marchio d'abbigliamento sportivo che per diversi anni
sembrò ispirarsi all'estetica del "Nuovo Mattino".
Infine in basso a destra e a colori l'ispiratore di "Re Nudo" Andrea Valcarenghi e (in
bianco-nero) uno dei tanti scontri di piazza con la polizia, vero Leitmotiv dell'epoca.
In quegli anni la conquista della vetta aveva cominciato a perdere di importanza a favore dello stile di arrampicata. Aveva iniziato Reinhold Messner proprio nel 1968, polemizzando con l'uso dei mezzi artificiali e parlando di arrampicata libera.
Uno che portò all'estremo questi concetti fu Gian Piero Motti.
Forti furono in lui le influenze degli arrampicatori californiani: come già per i climbers, la contro-cultura beatnik, underground, hippie e freak di quegli anni contaminò il cenacolo del Nuovo Mattino fino a mettere in discussione le ragioni stesse dell'arrampicare.

Motti si rifiutava di vedere nella vetta il fine ultimo della scalata. Per lui, come per Herman Hesse, contava più quello che c'è fra la partenza e l'arrivo, cioè "il viaggio" e poneva polemicamente l'accento sulla scalata in sè, sul piacere di muoversi in parete in modo ludico.
Pare che il 15 giugno 1975 egli abbia vissuto (come dire?) un'esperienza visionaria mentre si trovava nella tanto amate Val Grande di Lanzo e Valle dell’Orco.
Tuttavia non si trattò (mi pare) di un ’68 dell’alpinismo, come da qualche parte s'è detto.
C'entrano molto di più la Beat Generation, le culture underground e l'immaginario psichedelico, la musica rock, la mitologia dei Gong,
le filosofie yoga e zen.
Le idee di Motti erano sì rivoluzionarie, ma c'entravano poco con la protesta studentesca, con i gruppi rivoluzionari della sinistra e con l'autunno caldo operaio e sindacale. Semmai erano meno lontane da quelle dei successivi "creativi dell'77".
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Sulla figura di Guido Rossa Guido Rossa vedi il post di Terre Alte con la
diramazione al post di Andrea Corradi. Guido Rossa e Gian Piero Motti, che
oggi ci ci paiono così distanti e alieni, in realtà si conoscevano (quant'è
piccolo il mondo). Scriveva Motti:
"Incontrerò una sera di inverno Guido Rossa il quale fissandomi a lungo,
con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l'anima, con quella sua voce
calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà
che l'errore più grande è quello di vedere nella vita solo l'alpinismo, che
bisogna invece nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo
a noi stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna, ma
andare in montagna per divertirsi, per cercare l'avventura e per stare in allegria
insieme agli amici. Io lo so e l'ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da
un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità
artistica che scopri nel suo sguardo."

(Enrico Camanni, "Nuovi mattini", Vivalda, Torino, 1998, pag. 26)
La sua fuga dalla città era innanzitutto fuga da uno stato di impegno e di agitazione permanenti, con il suo corollario di riunioni, cortei, manifestazioni, scontri di piazza. Alle piazze preferiva le montagne. Un possibile parallelo, semmai, lo si può fare con il piccolo gruppo Re Nudo di Andrea Valcarenghi, che nacque a Milano nei primi anni '70. Chissà, potrebbero aver frequentato gli stessi posti, le trattorie e i negozietti dell'usato dei Navigli milanesi, che allora più di oggi assomigliavano al Quartiere Latino di Parigi, al Green Village di New York o al berlinese Kreuzberg. Sfondi urbani adatti a favorire incontri che altrove sarebbero stati altamente improbaili. Posti dove i militanti di Lotta Continua, di Avanguardia Operaia, Movimento Studentesco e dell'intera galassia della sinistra milanese erano di casa e avevano i loro punti di ritrovo.
Erano quegli gli anni in cui Guido Rossa abbandonava l'alpinismo per dedicarsi anima e corpo all'impegno politico nel sindacato. Gian Piero Motti, invece, si ritagliava un proprio spazio esistenziale fra i sassi della Val Grande. La breve effimera stagione del "Nuovo Mattino" si concluse il  22 giugno 1983 con il suicidio di Motti; Guido Rossa era morto ammazzato dalle Brigate Rosse quattro anni prima.

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