lunedì 18 maggio 2020

Tra i baiti del Monte Agnello, con salita al Cornon (Latemar)

Giro tecnicamente elementare ma piuttosto lungo, che transita dal Baito Armentagiola e dal Baito di Val Sossoi e sale anche al monte Cornòn, bel punto panoramico.
Il Baito di Armentagiola (m 2.130) è uno dei due da cui si transita e in cui è pos-
sibile fare tappa.
Vedi le altre foto in Google Foto.
L'escursione si svolge interamente in quota, in quanto ci si avvale  della seggiovia del Monte Agnello, passa da due vecchi e interessanti baiti di montagna, sopravvissuti al dilagare del turismo di massa, e sale al modesto (ma panoramico) monte Cornon.
I dati e la descrizione del percorso sono di Gigi, che ci è stato nell'estate 2019, e che ringrazio (i suoi suggerimenti si rivelano sempre buoni sul terreno, mentre sulle cartine paiono banali).
Gruppo: Latemàr
Sottogruppo: M. Agnello
Sentieri: senza numero e Sat n 509 – 529 – 513 – 518
Difficoltà: E

Dislivello: + 492 m
Tempi.
La cartina dell'escursione in scala 1:25000. Le tre mete del giro sono evidenziate col pennarello arancio.
Seggiovia M. Agnello–Valico la Porta: h 0,20
Valico la Porta–Valico e Baito la Bassa: h 0,20
Valico la Bassa–Baito Armentagiola: h 0,30
Baito Armentagiola–Baito Val Sossoi: h 0,30
Baito Val Sossoi–Bivio Sent. 513/ex cava onice: h 0,25
Bivio Sent. 513/ex cava onice–Ex cava onice: h 0,20
Ex cava onice–Bivio sent. 513/ex cava onice: h 0,15
Bivio Sent. 513/ex cava onice – Baito Armentagiola: h 0,10
Baito Armentagiola-Valico Armentagiola: h 0,10
Valico Armentagiola–Cornón: h 0,15
Cornón–Baito Armentagiola: h 0,15
Baito Armentagiola–Valico e Baito la Bassa: h 0 35
Valico e Baito la Bassa–Seggiovia M. Agnello: h 0 45
Tempo totale: h 4,50

Quote.
Seggiovia M. Agnello: m 2180
Valico La Porta: m 2155
I Censi: m 2215
Valico e Baito La Bassa: m 2160
Baito Armentagiola: m 2130
Baito Val Sossoi: m 1880
Bivio ex cava onice: m 2125 circa
Ex cava onice: m 2145
Valico Armentagiola: m 2152
Cornón o Cornacci: m 2189

Note.
Il dislivello aumenta a circa 550 m tenendo conto di alcune contropendenze presenti nel giro.
I tempi sono calcolati, come ovvio, al netto delle soste. Sicuramente è bene preventivare almeno sette ore considerando che la seggiovia del M. Agnello apre alle 8,30 e chiude alle 17,30. Occorre tener presente di essere al valico della Bassa almeno entro le 16,30 per essere sicuri di prendere la seggiovia, dopo vorrebbe dire scendere a Pampeago sorbendosi altri 400 m di discesa su sterrata in parte monotona.
Sotto la seggiovia è stato realizzato quello che, personalmente, ritengo un ottimo esempio di “valorizzazione” turistica; il cosiddetto “Rif. M. Agnello”! Per me si può paragonarlo a tutto meno che a un Rifugio (parola ormai più che abusata), infatti, lo definirei un bar-ristorante con discoteca incorporata. Nella stagione invernale poi è cosa esilarante: musica sparata a tutto volume, un'orda di sciatori che, ovvio, parla o meglio urla cose misteriose che nessuno può capire, infatti, hanno tutti il casco da sci in testa. Il mistero è: perché danno fiato alla bocca se, tra il casco, la musica altissima e cacofonie varie non capiscono di sicuro un tubo ? Misteri sciistici.

Relazione.
Salgo all’Alpe di Pampeago e utilizzo la seggiovia del M. Agnello che mi porta in breve a 2180 m.
Smonto e mi allontano velocemente superando la vicina cresta del M. Agnello.
Pochi metri e sono in un altro mondo. Scendo con un buon sentiero (segnalato anche con paletti di legno), poi salgo con comodo ai 2215 m dei Censi un panettone bonario che scende al valico della Bassa e al baito omonimo, Durante il tragitto quello che colpisce sono le pendici della Pala di Santa devastate dalla tempesta del 2018. Dal valico seguo il sent. 523 che passa sotto al Dos dei Branchi perdendo un po’ di quota per poi risalire comodamente, uscire dal bosco e raggiungere il vicino Baito Armentagiola.
👉La prima cosa che noto è la fontana dell’acqua completamente asciutta, andiamo bene! Dentro noto subito che un tavolo è subentrato al tavolato inferiore degli anni passati, riducendo così il numero dei posti letto; come se non bastasse, sono spariti anche i materassini. Mica è finita qui, c’è una scaletto a pioli che in teoria dovrebbe servire per raggiungere il tavolato superiore per un eventuale pernottamento. In pratica, non avendo dei ganci che la rendono sicura, è una specie di trappola per chi prova a usarla, infatti, ci sono ampie possibilità di scivolamento.
👉Lascio l’Armentagiola e scendo in circa mezz’ora al Baito di Val Sossoi. Questo è costruito in mezzo al bosco su una specie di terrazza, mentre il versante intorno cade assai ripido verso la Val del Cornon.
Al contrario dell’Armentagiola qui una bella fontana getta un’acqua fresca che è un vero invito a nozze, infatti, l’ondata di caldo africano che sta torturando le basse valli (a Trento in questi giorni si segnala 40°, roba da sincope) si fa sentire anche qui se pur in misura minore. Bevo avidamente, a torso nudo mi lavo, poi metto in ammollo maglietta e maglia strizzandole più volte, infine “stendo” il bucato sul tavolo fuori del baito al sole e all’aria. Io mi ritiro dentro il baito, al fresco, e attendo che sole e aria svolgano il loro compito.
Faccio scorta d’acqua e torno, con molta calma, al Baito Armentagiola salendo e sostando spesso quando trovo un bel posto ombroso e arieggiato.
Giunto poco sotto l’Armentagiola c’è un segnavia che desta la mia curiosità e recita “ex cava onice 15 minuti”. Ma va! Una cava di pietra dura da queste parti, occorre indagare. A una vicina curva del sentiero nascondo lo zaino sotto un albero caduto, poi più leggero mi avvio. Dopo più di 15 minuti (ostia) arrivo a 2145 metri e trovo un bel cartello che gentilmente mi avverta che sono nell’ex cava di onice. Segni particolari di ciò neanche uno, in compenso un altro cartello, sempre gentilmente, mi avverte che continuando il cammino si arriva al visibile Cornón e da lì all’Armentagiola. Bene bravi, bel colpo, ma mettere la prosecuzione del sentiero e la meta raggiunta nel segnavia giù al bivio costava un notevole capitale finanziario e un’immane fatica?
Tiro giù qualche santo, tanto sono così numerosi nel calendario che, uno più uno meno, chi vuoi che si accorga del fattaccio. Torno indietro, riprendo lo zaino e salgo al Baito Armentagiola.
👉Riprendo il fiato, poi decido di salire al Cornón o Cornacci sperando di riuscire a fare qualche foto decente, ma purtroppo caldo e afa non danno tregua e la Val di Fiemme è sotto la foschia. Faccio qualche scatto poi rientro sotto una leggera pioggerellina. Ringrazio Giove Pluvio del delizioso regalo serale con sentiti complimenti, si fa per dire quindi mi preparo la cena. Fatto fuori un maxi panino imbottito, generosamente, di delicata, rosea, profumata mortadella, “bondola” per gli amici, passo ad organizzarmi l’alcova. Assodato che salire e scendere dal soppalco è cosa adatta a giovani, atletici ragazzi, in vena di sfidare la sorte con l’infida scaletta; non posso che dare due sberle al mio IO ricordandogli i miei settant’anni, il mio corpo corpulento e di certo dimentico della scioltezza e dell’agilità giovanile, quindi sposto a fatica il pesante tavolo, unisco due larghe panche e stendo il sacco a pelo come imbottitura, serve a poco ma meglio di niente. Giaciglio duro ma sempre più sicuro del soppalco, penso tra me e me poi, educatamente mi auguro buonanotte, e mi getto tra le braccia di Morfeo.
Notte di ben poco riposo, oltre alle dure panche che ci mettono del loro, io non sono da meno facendomi venire dei crampi alle gambe che mi obbligano a camminare avanti e indietro cercando ogni tanto di massaggiarmi il muscolo indurito. Così alle prime luci esulto e mi alzo; operazione in realtà ben difficoltosa che si conclude solo dopo aver riordinato tutte le ossa del mio corpo, giustamente offese dal trattamento ricevuto. 
Esco e mi siedo sulla panca accanto all’ingresso del Baito, contemporaneamente Messer Sole inizia a far capolino da dietro il M. Agnello. Colori soffusi e caldi, aria fresca che mi accarezza sono quei momenti nella vita, sempre troppo pochi, in cui mi sento in pace con tutto l’universo, persino con gli abitanti di questo povero pianeta da essi torturato e avvelenato.
Mi scuoto solo dopo una buona mezz’ora rientro in “casa” e mi metto al lavoro. Prima di tutto faccio lo zaino, poi passo a una robusta spazzata del pavimento, infine rimetto al loro posto tavolo e panche.
Mi godo ancora il fresco del mattino, non mi corre dietro nessuno, e percorro con lo sguardo ogni curva del paesaggio, infine a malavoglia riprendo il cammino e lentamente rientro al valico della Bassa.
Qui mi fermo un bel po’ di tempo, immobile e seduto su un sasso, finchè un nutrito gruppo di marmotte prende coraggio ed esce dalla tana. Così il tempo passa velocemente mentre sono impegnato a fotografare i simpaticissimi roditori. La curiosità è più forte della paura e poi, visto che io non mi muovo di un millimetro, mamma marmotta arriva a lasciar uscire dalla tana i suoi piccoli. Ormai il mio fondo schiena grida vendetta, per essere costretto a subire il mio dolce peso su una cos’ piccola area che devo alzarmi. Lo faccio lentamente per non spaventare le marmotte ma anche perché ormai sono dolorosamente anchilosato, naturalmente gli animaletti, fedeli alla saggia norma: ”Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, sono spariti in un lampo.
👉Raggiungo la seggiovia e quindi torno a valle. In Val di Stava mi fermo al Centro di Documentazione e lo visito, dopo un buon caffè bevuto al bar di fianco. Era il 19 luglio 1985: Ricordo bene la catastrofe dei bacini di Prestavèl, la fangosa valanga che in un batter d’occhio distrusse la Val di Stava, fino a terminare la sua mortale corsa nell’Avisio dopo aver falciato ben 268 persone. Una strage annunciata, come il Vajont, un disastro evitabile, un vero e proprio omicidio plurimo e aggravato dal fatto che si sapeva benissimo il pericolo che la Valle stava correndo, proprio come il Vajont. Seguirono solite celebrazioni, inchieste, sopraluoghi, processi, alla fine le condanne. L’ultimo schiaffo, nessuno degli imputati condannati ha mai fatto un giorno di carcere, questa qualcuno ha il coraggio di chiamarla Giustizia. Questo è il mondo del capitale, dove conta solo il Dio Denaro e la vita umana non ha valore alcuno.
👉Scendo a Tesero e vado al vicino cimitero, dove un monumento ricorda gli assassinati. L’artista è riuscito a rendere fin troppo l’angoscia dell’accaduto: quella grande marea scura che cade rovinosa, travolgendo quelle povere figure umane terrorizzate e immobili in un inutile e ultimo gesto di difesa mi fanno accapponare la pelle. Mi ritiro in silenzio mentre la ghiaia scricchiola sotto i miei passi, mi sento un po’ in colpa, come se potessi disturbare le vittime di quella tragedia.
👉Torno a Predazzo e vado a fare rifornimento di proteine comprando un mezzo pollo arrosto per cena, quindi monto in auto e salgo in Valmaggiore. Questa notte la passerò al Baito di Cece poi dovrò, controvoglia, tornare a Trento.

Nessun commento:

Posta un commento