giovedì 12 febbraio 2026

Polenta e "dog bag" dell'Aquila Nera di Kamauz

Nella vaschetta ci sono coniglio al forno, crauti e luganeghe nonchè spezzatino di cervo. Di mio, a casa, ci ho messo solo la polenta taragna.
Polenta a parte, si tratta dei resti di un "secondo" servito come standard all'Aquila Nera: coniglio al forno, luganega con i crauti e pancetta, spezzatino (qui manca solo lo stinco di maiale in quanto "festeggiato" sul posto). Portati a casa e riscaldati al microonde.
L'"Albergo Aquila Nera" (Schwarzer Adler) di Kamauz (Kamoavrunt, ad essere pre-
cisi). Sul crestone occidentale del Monte Fravort, dove inizia la catena dei Lagorai.
E' un posto semplice dove la tradizione è genuina. Il locale si è conquistato una solida fama per le sue "stramangiate" ed in effetti le porzioni sono davvero esagerate.
👉Prezzi popolari, cucina locale e portate abbondanti. Non tutti ce la fanno a mangiare tutto quello che arriva in tavola e i gestori sono abituati a passarvi una vaschetta per portarvi gli avanzi a casa. Menù breve ma molto tipico: canederli, strangolapreti, cervo, stinco di maiale, luganeghe e crauti, coniglio, polenta e spezzatino, treccia mochena, etc. Si parte con la luganega da taglio e si finisce con la treccia mochena.

lunedì 9 febbraio 2026

Lenticchie e purè: un classico in versione base

Comfort food per eccellenza: nutriente, caldo e molto semplice da fare.
Questa qui è la versione più liscia e più veloce di un comfort food che ho riscoperto ai tempi del Covid e che si adatta a diversi registri, da quello natalizio (con lo zampone o il cotechino) a quello montanaro (con lo Speck). Sono, ma ci sono (le proteine).
Unico condimento una foglia di alloro essiccata, che in casa non deve mancare
mai soprattutto qui al Nord, dove a volte la pianta viene ricoperta dalla neve.
Per le lenticchie: non saltare il soffritto: servono carota, sedano e cipolla tritati fini e fatti appassire lentamente in olio di oliva. Aggiungere una foglia di alloro o un rametto di rosmarino durante la cottura. Un cucchiaio di concentrato di pomodoro dà una maggiore profondità. Se si usano le lenticchie secche serve l'ammollo per una notte.
Per il purè di patate: le patate vecchie sono le più adatte perché sono più farinose. Schiacciarle mentre sono ancora bollenti per evitare che diventino gommose. La noce moscata in polvere è indispensabile per dare quel profumo di casa. E' anche un piatto ben bilanciato perché le lenticchie offrono proteine vegetali e ferro, mentre le patate forniscono i carboidrati necessari ad un pasto completo.

sabato 7 febbraio 2026

La carestia del 1816, l'anno della "grande fame"

Anche il Trentino ha avuto la sua big famine, quasi un anticipo della devastante carestia che 30 anni più tardi colpirà le patate d'Irlanda e che diede il via alle grandi emigrazioni europee verso le Americhe.
Quel “sedici”, in dialetto trentino “sédese”, inaugurò un periodo difficile, punteggiato da carestie, avversità climatiche e crisi agricole che spinse la popolazione in una spirale di impoverimento che raggiunse l'apice con la malattia del baco da seta, che colpì la coltivazione del baco da seta e mise in crisi l'industria serica in Trentino (nella foto l'interno della filanda di Lavis).



La carestia del 1816 fu uno dei fattori che accelerò l'introduzione della patata nel-
l’alimentazione
 umana anche in Trentino, dove in realtà era arrivata già negli anni
delle guerre napoleoniche.
👉Il 1816 segnò una svolta profonda nella vita degli abitanti del Trentino, che era allora la provincia italiana del Tirolo asburgico. Furono anni "Segnati da condizioni meteorologiche sfavorevoli che culminarono nel cosiddetto “anno senza estate”, conseguente all’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, nel 1815 che provocò una sorta di piccola era glaciale che si protrasse negli anni successivi. L’estate del 1816, preceduta da un inverno lungo e piovoso, fu fredda e umida anche in Europa. Il raccolto 
La patata, una coltivazione già sperimentata qualche anno prima dagli abitanti del
Tesino che tornavano dalle loro emigrazioni stagionali in Europa, contribuì a lenire
gli effetti più a lungo termine della "grande fame" trentina.
 dell’uva e del grano fu pessimo e la mancanza di pane fece esplodere la rabbia della gente, già provata dalle drammatiche condizioni conseguenti alle guerre napoleoniche. Per mancanza di foraggio si macellarono in gran quantità maiali ma, spariti quelli, si cominciò a mangiare di tutto: il muschio, i gatti, i cani. A ciò seguì la carestia del 1817, considerata la peggiore del XIX secolo." (Soffiati e Grandi, "La cucina italiana non esiste. Bugie e falsi miti sui prodotti e i piatti cosiddetti tipici", Ed Mondadori, Edizione del Kindle, pag 122).

venerdì 6 febbraio 2026

Rothaler Weinstube: l'antica osteria sotto i portici cancellata negli anni del green&trendy

Ecco un caso estremo di gentrification (sloggiare quelli che c'erano prima e sostituirli col "nuovo"). Perpetrato negli anni del green-deal.
Si vantano di aver "conservato" l'insegna "Weinstube" ma in realtà hanno falsificato pure quella, come se non non bastasse tutto il resto (oggi seguendola verso sinistra si incontra lo store che vediamo qui sotto). La foto a sinistra è del 2012 e quella a destra del 2024, fatta al ritorno da ritorno da un bel giro lungo il Waalweg di Lagundo, che ha finito per andarmi di traverso.
La storica Rothaler Weinstube è stata sostituita da un anonimo store seriale. Il misfat-
to è stato concepito e portato a compimento da una coppia bipartizan composta da due
sindaci molto diversi: il primo di sinistra in salsa verde (Paul Rösch) e l'altro di destra
in salsa destra (Dario Dal Medico). Viene da dire: questo o quello per me pari son. 
E
succede a Merano negli anni del "sindaco verde" Rösch e del suo slavato erede di cen-
tro-destra Dal Medico. Succede a Merano.

Alla sostituzione sociale della gentrification si è aggiunta al cafonal dell'affarismo stile Durnwaldner-Benko. Piena zona "intersezionale" (rubo la parola a Elly Schlein): dove la gentrificazione e il cafonal si incrociano moltiplicando l'effetto.
👉E come ciliegina si falsifica la storica freccia indicatrice del portico "Rothaler Stube". I due sindaci coinvolti: Dario Dal Medico (liste "Alleanza per Merano dal Medico Sindaco", "La Civica per Merano dal Medico Sindaco", "Think Lady Merano") e il suo predecessore, Paul Rösch (liste "Verdi, Grüne, Vërc", "Paul Rösch. Die Liste", "Team K", "Sinistra Ecosociale-Ökosoziale Linke".
La saletta interna in una foto del 2012. Lo scatto a destra lascia intravedere il bancone del bar che si affacciava direttamente sui portici, da dove prendeva luce. Chissà che fine avranno fatto gli arredi e il lampadario con le corna ricurve di uno Ziege (caprone).

lunedì 2 febbraio 2026

Patate e würstel nella stessa teglia: il segreto della cottura morbida e il tocco speziato dell'Est

Un comfort food che mette assieme la facilità contadina della patata con le diverse influenze mitteleuropee.
Semplicemente le patate, più il Würstel che viene dal mondo tedesco e la salsa ajvar dei paesi balcanici. In un piatto unico fatto apposta per quando fuori nevica. Ed è molto più veloce delle giustamente famose patate en tecia della cucina tradizionale triestina.
Quello che serve: patate, würstel, rosmarino.
La preparazione è volutamente rustica, semplice e veloce. Ho scelto di unire in un'unica teglia antiaderente - unta con un velo d’olio d'oliva - sia le patate tagliate a tocchetti che le rondelle di würstel, sfidando così la regola che vorrebbe due tempi di cottura differenti. Poi però ho aggiunto mezzo bicchiere di acqua per avere una cottura più morbida, che permette alle patate di cuocere quasi a vapore internamente, mentre l'esterno si dora lentamente.
Fuori nevica mentre dentro casa il forno lavora: cuocere in forno elettrico ventilato
a 180°. Il tempo dipende dalla potenza del forno ma viaggia attorno ai 45 minuti.
👉Per insaporire in cottura ho ho attinto alla dispensa delle erbe essiccate del mio orto, con un generoso pizzico di rosmarino, più un mix di spezie per patate preso al supermercato.
👉E per insaporire in tavola ho scelto la rossa salsa ajvar di provenienza balcanica. La densa e aromatica ajvar è originaria della Serbia, ma si è  poi diffusa in tutta la penisola balcanica fino alle aree di confine del Friuli e della Slovenia; tradizionalmente si prepara in autunno, arrostendo lentamente peperoni rossi (varietà papatshka) e melanzane sulla stufa a legna, per poi tritarli e cuocerli a lungo con olio e sale. E' l'anima di ogni grigliata o piatto di carne nelle terre dell'Est. Viene preparata in due versioni: dolce (blagi) e piccante (ljuti in croato).

venerdì 30 gennaio 2026

A spasso nella Venezia minore: il ritiro di Luisa Baccara nei lunghi anni del "dopo D'Annunzio"

Sbattuta fuori dal Vittoriale il giorno stesso della morte di Gabriele (1 marzo 1938), Luisa Baccara fissò la sua ultima dimora a Venezia.
A sbatterla fuori fu l'architetto Giancarlo Maroni, che al Vittoriale agiva di concerto con il prefetto Rizzi, messo lì da Mussolini per tenere sotto controllo l'imprevedibile D'Annunzio. Lei si rifugiò qui, nella casa paterna che aveva lasciato quando era una giovane pianista di grande successo per seguire D'Annunzio a Fiume e poi anche al Vittoriale. La Baccara morì in questa casa nel 1985.
Nel web si trovano diverse informazioni sull'isolato pedonale dei Nomboli, che gra-
vita attorno al 
Rio Terà dei Nomboli, molto centrale eppur appartato e tranquillo. In
basso a destra la Calle Amor dei Amici, una calle di San Tomà resa famosa dai fu-
metti del grade Hugo Pratt. Il creatore di "Corto Maltese" è stato anche un cultore e
gran conoscitore di quella "Venezia sconta" che traspariva dai suoi fumetti. Angoli
e scorci che facevano parte delle sue frequentazioni abituali.
L'architetto Maroni agiva come curatore della Fondazione del Vittoriale, l'ente statale che pagava a piè di lista tutte le spese pazze del Vate. Perciò, morto il Vate, in pratica Maroni divenne legalmente "il padrone del Vittoriale".
👉Assieme alla Baccara venne sbattuta fuori su due piedi anche Aelis, la multiforme governante tuttofare che rappresentava la "seconda gamba" del duo femminile ospitato in pianta stabile nelle segrete stanze della Clausura, l'ala che nella Prioria dannunziana veniva riservata a queste due donne speciali di rango superiore alle infinite "badesse di passaggio" che allietarono D'Annunzio.
👉Luisa Baccara si rifugiò a Venezia. Insieme al padre ottantenne abitò la sua casa di Campo San Tomà, (al civico 2705/9 del Sestriere di San Polo, nel centro geografico della città). Gli ultimi anni al Vittoriale non erano stati facili per lei.

Testo dell'intervista a Luisa Baccare (dal settimanale "IL TEMPO", 25 Marzo 1950):
"Da quando se ne venne via dal Vittoriale, Luisa Baccara ha fissato la sua dimora a Venezia, e, insieme al padre ottantenne, abita la sua casa di San Tomà, un isolato cinto da un rio che piega verso i Frari. È lei stessa che mi viene ad aprire la porta: snella, vestita di velluto nero, con una cappa di volpi grigie sulle spalle, e, alle

lunedì 26 gennaio 2026

"Fra i boschi e l'acqua": con gli scarponi da Londra a Costantinopoli (seconda tappa)

E' il secondo libro della trilogia dedicata alla lunga traversata a piedi della Mitteleuropa negli anni Trenta. Copre la parte compresa fra il medio Danubio e le Porte di Ferro.
"Fra i boschi e l’acqua" (1986) prosegue la traversata a piedi attraverso l’Ungheria
fino in Transilvania, e termina presso le Porte di Ferro del Danubio, vicino al pun-
to in cui converge la frontiera rumeno-bulgara. Mancavano ancora ottocento chilo-
metri a Costantinopoli, la sua destinazione.
Patrick Leigh Fermor, "Fra i boschi e l'acqua - Dal Medio Danubio alle Porte di Fer-
ro (A piedi fino a Costantinopoli Vol. 2)", Adelphi, Edizione del Kindle, 2015
Il primo libro della trilogia di Fermor si chiama "Tempo di regali" e riguarda la tratta iniziale, che attraverso Olanda, Renania, Baviera, Austria e Ungheria si spingeva fino al medio Danubio.
"Tra i boschi e l'acqua" la narrazione prosegue attraverso l'Ungheria fino alla Transilvania e alle Porte di Ferro del Danubio. Per Costantinopoli mancavano ancora ottocento chilometri, che diverranno oggetto del terzo volume, "Viaggio interrotto", uscito postumo.

"Inumidito il pollice e l’indice con la lingua, tendevano e torcevano i fili dei fiocchi di
lana grezza addensati sui rebbi della rocca, mentre con l’altra mano li avvolgevano
facendo ruotare il fuso. I fusi scendevano e salivano come yo-yo al rallentatore, rac-
cogliendo rotoli di filo sempre più spessi."

(Patrick Fermor, "La grande pianura unghe-
rese", in "Fra i boschi e l'acqua")
"Fu la mia prima esperienza di mulatság, lo stato d’animo brioso e godereccio, frammisto di estasi e malinconia e talvolta turbamento, che gli strumenti ad arco degli zingari, con la complicità di un’incessante assunzione di alcol, sanno suscitare."
(Patrick Fermor, "La grande pianura ungherese", in "Fra i boschi e l'acqua")

"È sconcertante, e quasi incredibile, che si sappia così poco degli eventi coevi in Transilvania. C’è chi attribuisce la colpa di questo inspiegabile vuoto all’invasione dei mongoli di un secolo prima. I mongoli distrussero ogni cosa; non soltanto castelli, chiese e abbazie, ma anche, pare, ogni singolo documento vi potesse essere custodito."
(Patrick Fermor, "La marche della Transilvania", in "Fra i boschi e l'acqua")

"Gli alberi più numerosi dopo le querce erano i cerri: ottima legna da ardere se ben secca, comoda anche per pavimentare le stalle e per le doghe delle botti. Poi veniva il faggio – «Non lascia quasi braci» –, quindi il carpino bianco e l’olmo montano, «utili per mobili e casse da morto». Abbondavano anche i frassini: buoni per utensili, manici di scuri, martelli, falci, roncole, vanghe e rastrelli. Pioppi ce n’erano pochi, solo qualcuno lungo i ruscelli, mentre abbondavano sulle rive del Maros: ma il loro legno era inservibile, e andava bene tutt’al più per farne truogoli, cucchiai e simili. Erano gli zingari a fabbricare tutto questo."
(Patrick Fermor, "Attraverso la foresta", in "Fra i boschi e l'acqua")

"...i pastori rumeni si chiamavano l’un l’altro e radunavano il loro gregge grazie a corni di tiglio con telaio di metallo lunghi diversi metri, simili a quelli che risuonano per i prati alpini e i pascoli del Tibet."
(Patrick Fermor, "Tripla fuga", in "Fra i boschi e l'acqua")

"(E il bambino nato fuori dal matrimonio era detto «figlio dei fiori», copil din flori – una bella espressione, più gentile delle nostre).
(Patrick Fermor, "Le montagne dei Carpazi", in "Fra i boschi e l'acqua")