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mercoledì 6 maggio 2026

Promenaden: una moda figlia della belle époque

Non erano semplici passeggiate, ma veri e propri palcoscenici urbani dove il "vedere ed essere visti" era la prima regola vigente.
Uno schizzo che evidenzia l'atmosfera che si respirava sul Lungopassirio all'altezza della Kurhaus negli anni della belle époque, dove si celebrava il rito del presenzialismo cosmopolita della borghesia europea negli anni immediatamente precedenti la WW1.
Lo schizzo in realtà non inventa nulla perchè l'ho ricavato da una fotografia d'epoca
scattata all'altezza della Kurhaus (erano ben cinque le Promenaden a disposizione).
La moda delle passeggiate urbane esplose negli anni tra la fine dell'Ottocento e il 1914 tra la cosmopolita e gaudente borghesia europea, che si avviava verso l'ammazzatoio della WW1.
Le passeggiate urbane imponevano una rigida etichetta, con tanto di dress code.
P
er le donne: era l'epoca della silhouette a "S", dei cappelli monumentali e degli
ombrellini da sole per mantenere la trama diafana dell'incarnato femminile. Un a-
bito da passeggiata era un investimento patrimoniale.
Per gli uomini: servivano un bastone da passeggio, il cilindro o almeno la bombet-
ta, e il frac o la redingote. Il bastone non serviva per appoggiarsi, ma per dare ritmo
al passo e nobilitare la figura, insomma: era solo per darsi un tono o "tirarsela", co-
me si direbbe oggi.
👉Il centro delle grandi città europee cambiò volto per ospitare il rito della Promenade. I grandi boulevard parigini progettati da Haussmann o la Ringstraße di Vienna ne diventarono i luoghi d'elezione: ampie zone pedonali, caffè con tavolini all'aperto e chioschi della musica.
Per le passeggiate fuori porta la natura veniva addomesticata: parchi come il Bois de Boulogne di Parigi o il Prater di Vienna non erano solo polmoni verdi, ma estensioni del salotto cittadino, proprio come la Tappeiner di Merano o la Sant'Oswaldo di Bolzano.
👉A Merano, che era un centro termale, la passeggiata assumeva un carattere unico: non era solo sfoggio sociale, ma un vero e proprio rituale terapeutico (un rituale minuziosamente codificato). Le Promenaden più frequentate erano tre:
Kurpromenade: la Passeggiata Lungopassirio era il centro della vita mondana, proprio davanti al Kurhaus. Qui si passeggiava tra aiuole fiorite e padiglioni della musica.
Winterpromenade: sulla sponda destra del fiume, esposta al sole e protetta dai venti. La Passeggiata d'Inverno era la preferita nei mesi freddi, con la sua Wandelhalle (il porticato coperto), dove si era al riparo dalla pioggia e dalla neve e si sorseggiavano acque termali.
Sommerpromenade: la Passeggiata d'Estate sta sulla sponda opposta, più ombrosa e fresca grazie a fitti alberi di cedro e sequoie, ideale per le calde mattine estive.

lunedì 26 febbraio 2024

I vinacci "tappo corona" del dopoguerra erano di casa nei rifugi e nelle osterie, bacari e trani a gogò

Le città del nord consumavano una quantità di vini pugliesi "da taglio": nelle osterie, nei bacari, nei trani a gogò (e nei rifugi dell'epoca).
In basso a destra l'inconfondibile dentellatura del tappo-corona. Negli anni del boom economico divenne sinonimo di basso costo e bassa qualità, una cattiva fama che si porta dietro ancora oggi.
La documentazione per il brevetto del 1892 presentato da William Painter.
Ai tempi (quando in montagna ci si andava a piedi) i vini nel rifugio erano grossolani. Sempre tagliati e spesso adulterati, erano accumunati dal famigerato "tappo corona".
La tendenza al "taglio" o - peggio - alla semplice aggiunta di zucchero era risalita lungo le vallate alpine e si era arrampicata fino ai rifugi. Chi non ricorda le bottiglie chiuse dal "tappo corona", quello che oggi si usa solo per le birre, dopo che era diventato sinonimo di bassa qualità nel mondo del vino?
Sotto al tappo e dentro la bottiglia il contenuto era sempre lo stesso: approssimativo, industriale, spesso gaglioffo e sempre a poco prezzo. Era lui che alimentava i ritrovi popolari nell'Italia della ricostruzione post-WW2.
Hanno fatto epoca. Ora si dedicano soprattutto a Coca Cola e birre in bottiglia.
👉Una curiosità storica: fra i precursori di queste mescite popolari a base "pugliese" figurano i bacari veneziani. I tanto celebrati bàcari hanno in realtà poco a che vedere con la mitica Repubblica di Venezia, visto che il primo bàcaro fu aperto a Venezia nel 1850, durante la dominazione austriaca, in Calle de la Dogana da Tera, zona Rialto, da un certo Pantaleo Fabiano, intraprendente venditore di vino pugliese, con il nome di Bàcaro Grande. Vi si mescevano vini di ogni sorta ma in prevalenza un rosso pugliese che sembrava essere particolarmente gradito ai veneziani.
👉La faccenda del vino rosso di puglia, ricco di gradi, si ripetè negli anni del boom economico italiano, quando a Milano comparvero i "trani", osterie e rivendite popolari dove i vini di buon comando erano frutto di importazioni e "tagli" resi possibili dai focosi vini meridionali. La qualità non ne guadagnò, e non fu colpa della Puglia. "Trani a Gogò" é il titolo di una celebre canzone di Giorgio Gaber. Il nome "trani" viene da Trani, centro vinicolo pugliese.
👉A fine Ottocento la Rivoluzione Industriale aveva toccato anche le botti, le damigiane e le bottiglie. Il nuovo tappo brevettato dall'Ing. Painter nel 1892 era semplice e poco caro da produrre. Una base di metallo, un dischetto di sughero per garantire ermeticità ed evitare la fuoriuscita del liquido e una pellicola che a sua volta ricopriva il dischetto per sigillare il tutto. Gli strati di materiale servivano a far sì che la bevanda non entrasse in contatto con il metallo.

sabato 6 gennaio 2024

Gli impoveriti Karrner della Val Venosta, che non erano zingari balcanici ma tedeschi di Svevia

I Karrner non erano di etnia zingara però venivano identificati con loro. Impersonano ancora oggi uno spinoso e irrisolto capitolo della storia della valle, strano "effetto collaterale" dell'abbazia di Burgusio.
Il castello Fürstenburg di Burgusio (XIII secolo) con la soprastante mole dell'abbazia benedettina di Marienberg/Monte Maria. La sua fondazione (XII secolo) si accompagnò all'arrivo di coloni che erano stati chiamati dalla Svevia (alemanna) per ripopolare la Val Venosta. Rimasero vittime del "diritto latino" che nel fondovalle regolava l'eredità famigliare spezzettandola fra i vari figli.

La miseria Karrner  in una stampa di Wolftraud de Concini.
I Karrner sono stati dei piccoli contadini impoveriti dallo spezzettamento della proprietà della terra.
I Karrner  in un'altra stampa di Wolftraud de Concini.
👉Al contrario delle altre vallate sudtirolesi, dove vigeva il diritto di lascito ad un erede unico (da qui il «maso chiuso»), in Val Venosta entrò in uso la divisione della eredità. E’ una forma di diritto di successione portata dai coloni alemanni provenienti dal sud-ovest della Germania che, dopo la fondazione dell'abbazia benedettina di Monte Maria nel XII secolo, erano stati chiamati dalla Svevia (alemanna) per popolare la valle. La proprietà fondiaria, già poco redditizia per l’asperità del terreno, venne col tempo frammentata e spezzettata all’inverosimile. La popolazione continuava ad aumentare, le possibilità di lavoro e di guadagno diminuivano, guerre, carestie e l’abbandono dell’attività mineraria fecero il resto. Per sopravvivere, molti venostani dovettero cercare altre vie: é un "effetto collaterale" del diritto latino tra i contadini poveri.
👉Nacquero così, come conseguenza di povertà estrema, i

giovedì 22 dicembre 2022

Kalipè vs atletismo (e vs mountain bike)

Kalipè è un saluto in uso nelle zone himalayane, una formula di buon augurio rivolta a chi si incammina verso le montagne. Gli si augura di potersi muovere "sempre a passo corto e lento", il passo dell'uomo.
Transumanza Senales
Tra gli spontanei praticanti del passo lento ci sono gli abitanti delle valli alpine, i montanari e i pastori, che qui vediamo in uno scatto fatto in alta Val Senales. Lo praticano "a loro insaputa" e alla domanda "Sai cos'é il kalipè?" ci guarderebbero con tanto d'occhi.
kalipè
Il passo lento e costante dello yak sembra ispirare la filosofia del kalipè, il saluto in uso fra i montanari himalayani. Nelle vallate alpine é nato qualcosa di simile, anche se privo di nome: i nostri vecchi partivano lenti, continuavano lenti e non si fermavano mai.

Transumanza Senales
Il passo lento nella transumanza delle pecore fra la Val Senales e la Valle di Vent.
In montagna non c’è spazio per la fretta, solo il passo lento é quello giusto.
👉Lo sapevano bene i nostri vecchi che partivano lenti, continuavano lenti e non si fermavano mai. Ma imparare a camminare in montagna è un traguardo tutt’altro che facile o scontato, perchè oggi siamo troppo abituati a muoverci in fretta sempre e comunque.
👉Oggi chi va in montagna ha sempre di fronte a sé due scelte: la prima è quella dell’atletismo, della fretta, della vetta a tutti i costi, anche quando è al di là dei propri limiti; la seconda invece è quella del passo lento durante il cammino, un passo accompagnato da uno sguardo attento a ciò che vediamo, per conoscerlo e ricordarlo.

sabato 13 agosto 2022

Ci si può salvare da certi "panorami mozzafiato"?

Anche e soprattutto a ferragosto, basterebbe cambiare meta per non finire incastrati in quei posti tossici brulicanti di cultori del selfie...
Se non possiamo spostare le ferie possiamo però cambiare le mete e tralasciando per una volta le fantozziane "location" tanto pompate dalle APT (Azienda di Promozione Turistica, finanziate con soldi pubblici). E insomma: perchè mai continuare a guardare alle mete più famose come "mete da sogno" quando in alta stagione non lo sono più da minimo minimo dieci anni?

Se si seguono le tracce biancorosse del CAI non ci si perde mai e si scopre che
in 
montagna non ci sono solo auto, moto e congestione. Qui siamo nei Lagorai in
una qualsiasi giornata estiva
 (coi motori che impazzano al vicino Passo Manghen).
👉A dirla tutta... quelli delle APT, i "volonterosi" che aiutano a intruppare i turisti dentro gli appositi recinti-guida, in realtà andrebbero in qualche modo ringraziati, perchè più li ammassano e meno si spargono a macchia d'olio. In fondo è  un po' come con i tornantari di una volta, che ci hanno salvati dalle Seicento Abarth  arrampicate su prati e ghiaioni. E' che certi posti si possono evitare. La regola è sempre una: "se ci pensi un secondo, li eviti".
👉Intrupparci come sardine in posti dove tutto è organizzato per scuoiare il coglione medio non è obbligatorio, se ci andiamo è un po' colpa nostra.

giovedì 28 luglio 2022

Piccoli deliri: il festival del Würstel vegano

Dopo il burro senza grassi e la birra senza alcool il pensiero debole ha concepito anche il Würstel senza carne (a Merano, che é la patria del Meraner Wurst).
Non siamo in uno sketch di Aldo, Giovanni & Giacomo: è tutto vero, foraggiato con soldi pubblici e organizzato dal Servizio Giovani del Comune di Merano. Forse per compiacere i radical-chic locali, in piena crisi di protagonismo.

Un vero Meraner Wurst di maiale e manzo: carne e grasso di maiale con una certa
quota di manzo, qui assieme ai classici crauti. Perché mai usarne il nome per appi-
cicarlo a esercitazioni vegane che c'entrano, bisognerà pur dirlo, meno d'un cazzo?
Non sono salsicce ma cilindri di soia e tofu, o altri componenti che vanno dall'albume agli olii vegetali. Prendendo come riferimento la marca "Wuberone" di puro suino il prezzo dei würstel vegetali, oscilla dal doppio al triplo, ma questo, in sè, non mi pare un problema. Anche se in caso di "eventi" come quello di Merano, si è andati oltre, è ovvio...
👉Ma il fatto è che non c'è nessun, ma proprio nessun motivo per usare il termine "Würstel". Tutti sanno cos'è un Würstel e sanno che è un'altra cosa, fatta con carne e grasso di maiale. E allora cos'è questo Würstel vegano: si tratta forse di millantato credito?

giovedì 23 dicembre 2021

I biscotti preparati per i giorni di Natale

Tradizione vuole che questi biscottini dalle forme più varie vengano preparati nelle settimane dell’Avvento e che siano regalati per Natale.
mangiare in montagna
In Sudtirolo il nome originale è “Spitzbuben”, ovvero i “birichini” o "bambini monelli" forse perché i bambini cercavano di “rubare” i biscottini non appena le mamme li sfornavano! E' una tradizione che continua e si ripete anno dopo anno, senza mai stancare.

domenica 15 agosto 2021

Ferragosto a casa, ed il perché é fin troppo chiaro (in più ci sono il caldo e anche il Coronavirus)

...la montagna da bere é arrivata in quota e fa più danni lì che in città.
Nella foto al centro il concerto di Jovanotti al Plan de Corones. A fare da apripista ai raduni in quota sono stati gli acculturati "Suoni delle Dolomiti" pagati con soldi pubblici. E poi é finita così. Impariamo a tenerci alla larga dalle luccicanti vetrine web delle APT!

venerdì 23 luglio 2021

Fu grazie agli emigranti del Tesino che la patata giunse nei campi e sulle tavole del Trentino

Arrivò dalle nostre parti grazie agli abitanti del Tesino, il piccolo e marginale altipiano che fu a lungo terra di povertà e emigrazione.
Arrivò nelle valli alpine piuttosto tardi (a fine Settecento) e fu introdotta in Trentino verso il 1810, partendo dalla conca del Tesino.
Qui una classica padellata di patate smalzade ossia condite con il grasso di maiale,
che in tedesco si dice Schmalz.
La patata é parte integrante della vita e della cultura materiale delle civiltà alpine, però bisogna ricordare che in realtà planò da queste parti piuttosto tardi, diciamo quasi assieme alla rivoluzione industriale.
👉Niente di medioevale e ancora di meno di antico, quindi ma anzi un presenza decisamente moderna (venne importata dalle Americhe nel Cinquecento, ed impiegò un paio di secoli per farsi accettare nelle cucine europee.
👉Ne aveva parlato anche Charles Latrobe, viaggiatore inglese dell'Ottocento mitteleuropeo.
Attualmente é in corso una querelle territoriale: fu coltivata prima in Valsugana o in Val di Gresta? Gli storici puntano sull'altipiano del Tesino.
Il piccolo altipiano del Tesino visto dal Monte Coppolo, ossia dai dintorni del Passo Brocon. Siamo al confine fra Trentino e i territori di Feltre, in una sorta di "terra nullius" che poteva contare solo sulle proprie risorse. Sullo sfondo tra le nuvole l'Altopiano di Asiago.

lunedì 17 maggio 2021

Il triumvirato di genere alla prova dei fatti SAT

New entry SAT: vedremo se la SAT riuscirà finalmente ad uscire dalla "modalità Facchini", ma la vedo dura visto che é a ancora a bordo.
Basteranno tre volti sorridenti a nascondere la deriva affaristica della SAT? Difficile, visto che Facchini (al centro, riconfermata) ne é stata la principale fautrice. Per le due new-entry Guella (a sx) e Manica (a dx) sarà arduo smentire Mozart ("Così fan tutte").
Visto che la SAT sopravvive coi soldi pubblici, tutti i contribuenti hanno il diritto di farsi
questa semplice domanda: chi ha piantato le tende nelle "zone d'ombra" della SAT?
Non é stata una bella bella prova quella della "prima donna alla guida della SAT" e dunque i dubbi sono legittimi, specie per chi guarda alle vicende satine dall'esterno e con il necessario distacco.
👉Oramai la SAT dipende dai soldi pubblici della PAT (e sarebbe pure ora di prenderne apertamente atto: dipende da chi siede in Giunta Provinciale). Perciò i contribuenti non evasori hanno tutto il diritto di "ficcare il naso", mi verrebbe da dire. Cominciando dalla vicenda cementizia della "Translagorai" e dalle ridanciane comparsate coi c.d. "soggetti privati". Cosa sono, amici, compagni di cordata o di cosa...

mercoledì 5 maggio 2021

Il piacere della deroga (cioé "no, per me le regole non valgono perché i miei amici sono d'accordo")

Ci mancava anche questa: la montagna che agisce "in deroga", come un qualsiasi traffichino di periferia. La deroga: ma quanto é trendy!?
Comune di Palù del Fersina. Consiglio comunale unanime. Un milione di Euro di soldi
pubblici. Proprietario Mauro Toller. Il progettista é il geometra Carlo Podetti.
Chi agisce in punta di deroga utilizza i cavilli da Azzeccagarbugli, grassa sui centimetri e sui più infimi dettagli.
👉Solo così può far passare "il pacco" dall'ingresso principale mentre tutti si affollano sulla porta di servizio, da dove passano dettagli e dettaglianti.
👉Ed ecco qui il rendering del nuovo, tipico, e trentinissimo "Rifugio Erdemolo" (che sembri un vecchio distributore Agip é solo una mia impressione, certamente destituita di ogni fondamento).
Una stazione di servizio Agip del 1958. Ed ecco il testo dell'articolo del quotidiano "Trentino" (maggio 2021). PALÙ DEL FERSINA. L’iter burocratico per la realizzazione del nuovo rifugio al lago di Erdemolo si è completato l’altra sera in sede consiliare con l’approvazione unanime dei due provvedimenti necessari. Si trattava di una deroga per l’altezza del futuro edificio da 7.50 a 8.20 metri. 70 centimetri in più di quanto prevede il Prg nella zona dichiarata agro - silvo - pastorale. L’altro provvedimento necessario era relativo alla sospensione dell’uso vicino di una superficie di 6,40 metri quadrati e in sostanza una striscia di terreno larga 40 cm lungo parte del perimetro dell’edificio, striscia necessaria al cappotto esterno che andrà ad occupare parte del terreno appunto non di proprietà. La sospensione è per 30 anni con un sorrisetto di 405 euro come una sorta di affitto. Anche questo provvedimento è stata approvato all’unanimità. Si avvia ora il procedimento per arrivare alla concessione del contributo provinciale necessario alla realizzazione del nuovo rifugio. Si parla di 1 milione di euro. Il contributo da parte della Provincia era stato annunciato ancora l’anno scorso nell’ambito degli investimenti per dare sviluppo invernale - estivo a Panarotta e alla valle dei Mocheni. Intanto, come si è detto, il progetto del nuovo rifugio al lago di Erdemolo (proprietario e Mauro Toller) è stato approvato ed è a posto. L’elaborato è del geometra Carlo Podetti. Dalla relazione tecnica emergono alcuni dati relativi alla nuova struttura che si svilupperà tutta su terreno di proprietà dei titolari (a parte 6,40 mq). Il costo è di 1,4 milioni di euro; la volumetria passerà da circa 562 mc a poco più di mille e avrà in totale 38 posti-letto; sala bar ristorante da 53 mq, saletta pranzo da 10 mq, cucina da 16 mq, più spogliatoi e bagno; locale accessorio da bivacco (8,20 mq); ai due piani superiori 38 posti letto. Nell’interrato, depositi e magazzini. Il rifugio di muratura in pietra risale agli anni 1929/30 e sorse su una baracca uso pascolo. Un primo intervento avvenne nel 1982 che consistette in un ampliamento a nord/est avvenuta in blocchi di cemento.(r.g.)

domenica 6 settembre 2020

"Tralummescuro" ovvero i ricordi in chiaro scuro di Guccini: c'eran gli strìggoli a far gli schiocchi...

La silene è un’erba spontanea imparentata col dio Sileno, educatore e compagno di Bacco, famoso per il ventre rigonfio che rimanda al calice panciuto e globoso di questa stessa piantina commestibile.
I diari dello scooter: Tra lume e scuro
Francesco Guccini, "Tralummescuro", Giunti Editore, 2019. Anche in E-book, per fortuna.
La silene con i suoi fiorellini bianchi o rosa dol calice a palloncino che da bambino stringevi fra i diti per farli scoppiare.
"Si facevano certe insalate con la straìggola, come con gli striccapugn-gni,(tarassaco) che poi crescono e diventano piscialètto, ma questi, prima di mangiarli, devi farli lessare, poi passarli nell’acqua fredda, se no sono duri. [...] gli strìggoli, raccolti giovani,  venivano bolliti e poi aggiunti alle frittate, ma l’uso è scomparso nell’ultimo dopoguerra. I bambini strappavano i calici poi, chiudendo le dita in modo da formare una piccola camera d’aria, li rompevano con forza per farli schioccare sul dorso della mano o sulla fronte." ("Tralummescuro", pag. 195)
silene
La Silene è una pianta erbacea del genere Rumex, detta in italiano romice, acetosa o lapazio. Di sapore brusco, veniva consumata in primavera nelle insalate. La foto è scadente ma autentica, presa lungo gli strapiombi prima della ex-cava di onice sul Monte Agnello, andando a far luganeghe alla piastra su i cerchi della fornasela di un bivacco fuori mano (siamo nei mesi del Coronavirus). 

domenica 7 giugno 2020

Montagna e mass-media: e mò Curon Venosta si sarebbe fatta "celebre località della Valle d'Aosta"?

Altro che Jovanotti col suo "Beach Party" al Plan de Corones! La streaming-ignoranza dilaga senza vergogna.
"Il Giorno" è stato l'autorevole quotidiano dell'Italia speranzosa uscita dal dopoguerra. Tra le sue firme c'era anche quella di Giorgio Bocca e fu diretto da Italo Pietra, ammesso che qualcuno sappia ancora di chi si parla. E oggi, invece, ecco qui un garrulo Giovanni Meroni che su "Il Giorno" fa da megafono alle fake-news di bambocci ignoranti e supponenti che sproloquiano di una Curon Venosta aostana. Un'insopportabile strafalcione che arriva dopo le anemie narrative di "Io resto qui" (sempre a Graun/Curon e la buona prestazione di "Lo straniero della valle oscura" (ambientato in Val Senales).

martedì 26 maggio 2020

I più svegli si stanno già attrezzando e giocano d'anticipo sulle burocrazie del Belpaese

E' il caso di Malga "Monte Foraoro", nelle primissime prealpi venete, ed è solo un esempio (mentre altri disquisiscono in punta di diritto...).
La "Malga Foraoro" (altipiano di Asiago) ci manda qualche segnale di concretezza positiva. Ne abbiamo tanto bisogno per affacciarci al dopo Coronavirus. (foto di Graziella Toffanin, che ringrazio)

sabato 9 marzo 2019

L'Orsa della Vigolana

Si tratta di una sorta di calendario-meteo naturale che era ben noto agli abitanti del capoluogo trentino: «Fin che gh’è l’orsa sula Vigolana, no sta a cavàr la maia de lana». Più che ovvio il significato: finchè...
orsa della vigolana
Solo un occhio molto trentino sa individuare a colpo sicuro la sagoma dell'orsa...
...da città si vede l'orsa, c'è ancora neve sui monti e quindi meglio aspettare prima di passare ad un abbigliamento più leggero.
👉L'Orsa ha avuto a lungo anche una valenza semiufficiale: vox populi vuole che le truppe di stanza a Trento ai tempi di Cecco Beppe adottassero la divisa estiva quando l'Orsa se ne'era andata. Un grazie a Paolo Vitti per avercelo ricordato, dopo anni di oblio:
"Si tratta di una figura formata da una roccia verticale di colore scuro, sulla parete settentrionale della Vigolana (una delle montagne che circondano Trento), ben visibile entrando in città da nord. L'orsa rimane solitamente fino alla primavera, quando i primi caldi sciolgono la neve attorno alla roccia, annullando il contrasto cromatico che rendeva visibile la figura."

sabato 26 gennaio 2019

Si era cominciato con gli acculturati "Suoni delle Dolomiti" e si è finiti con i raduni delle mandrie urlanti che credono di essere a San Siro...

Ai "rave" ci vanno in auto e in montagna con la funivia. In questa folla inconsapevole ciascuno si sente l'ombelico del mondo, innocente come
I bambocci urbanoidi hanno imparano a volare basso fin da piccoli e imitano gesti
osceni dei quali ignorano perfino il significato, come il "ditalino alla Victory" esibito
da questo "ragazzo" ormai mezzo pelato. Il poveretto sembra ignorare che la "V"
mostrata col dorso rivolto verso il destinatario viene usata in senso spregiativo e
provocatorio dai teppisti di strada... ma è l'estetica spuria della nostra bella gente.
il fiocco di neve che non avverte mai il bisogno di sentirsi responsabile per la valanga.
Lo sviluppo a trazione urbana non sembra conoscere ostacoli anche se il buon senso inciampa tantissimo.
E c'è una brutta tendenza a mettere al riparo ogni individuo dalle conseguenze delle proprie azioni e delle proprie libere scelte.
E' il cialtrone socialmente giustificato, il viziato qualunquista "low level" delle TV commerciali migrate nei social...
"La location si raggiungerà in seggiovia", 3.500 persone stipate a Cima Tognola ma (ci mancherebbe) con la possibilità di godere di "spezzoni di film e primi piani delle montagne circostanti". E' il Partito degli Affari, bellezza!

sabato 17 febbraio 2018

Conversioni da malga a bivacco: una buona pratica a Malga Cima (nei Lagorai di Valsugana)

Viene quasi da dire che senza archistar le cose riescono molto meglio (archistar che viene sempre da fuori, specialmente quando teorizza di
bivacco malga cima lagorai
La ex-Malga Cima si trova a 1.881 metri di quota nei Lagorai meridionali, e si affac-
cia sul solco della Valsugana. La via di accesso più diretta sale da Samone.
chilometro-zero).
Il legame con il territorio, la sua storia e le sue genti possono essere la polizza assicurativa contro l'invadenza dei "nuovi mostri" cresciuti nelle periferie cittadine e imitati dagli affaristi di valle.
👉I materiali e le forme tradizionali  disinnescano anche i geometri malamente ispirati dalle riviste di architettura e impediscono loro di trasportare nel paesaggio alpino l'infinita periferia dei "non luoghi".
bivacco malga cima lagorai
L'ampia cucina con camino, tavolo, panche, angolo cucina con lavandino, forna-
sela e stoviglie. A destra la scala che porta al sottotetto, dotato due stanze da letto.
Portare le periferie in quota è sul serio un obiettivo, come sosteneva il past-president veneto di Dolomiti Unesco?
👉In realtà i titoli accademici c'entrano come il due di picche; se si rispettano il paesaggio, i materiali e gli accorgimenti costruttivi del posto, le soluzioni compositive vengono da sole, non serve imitare Shangay e ancor meno serve "stupire", come nella periferia di Zagarolo.
In questo senso l'exMalga Cima - ora un meraviglioso bivacco in splendida posizione panoramica - rappresenta un esempio da seguire.

Qualche notizia storica:
bivacco malga cima lagorai
A destra della scala per il piano superiore s'apre la porta della stanza di una stanza
da letto con due letti a castello 3+3 posti.
Malga Tisson di Sopra, metri 1.881, è riportata con questo nome e questa quota nella cartografia dell'Istituto Geografico Militare di Firenze, nella sua serie di tavolette 1:25.000 e con lo stesso nome compariva nel repertorio Trentinointavola.it (ora dismesso) secondo il quale è stata "Abbandonata nel 1959" dopo essere stata "una cascina per 23 bovini e 60 capre di proprietà del comune di Samone".

martedì 30 gennaio 2018

La K.u.K. (*) Frauenheim, ossia l'imperial-regio bordello di Levico

Le prostitute a servizio della truppa combattente esercitavano al K.u.K. "Frauenheim", il bordello di Levico, ed era ovvio che fosse così: lo proclamava l'insegna stessa, bella grande e a caratteri ben leggibili, dipinta mentre il cappellano guardava da un'altra parte.
(*) k.u.k. era l'acronimo di "kaiserlich und königlich" (dal tedesco: imperiale e
regio) e era il prefisso di tutti gli enti, istituti e unità militari che facevano capo alla
amministrazione pubblica austro-ungarica dal 1867 al 1918.
Nei primi mesi della Grande Guerra dietro le linee di combattimento spuntavano i postriboli militari, con prostitute spesso ospitate su carovane che avanzavano o retrocedevano a seconda dei vari spostamenti delle truppe.
Perchè la donna del tempo non era solo custode della patria e della casa, né semplice angelo che dà sollievo e conforto. Era pure oggetto di desiderio, anche peccaminoso.
Prima della WW1 le case di tolleranza autorizzate erano solo tre: due a Trento e
una a Riva del Garda. Ma la prostituzione "irregolare" aveva una diffusione ben
più vasta, specialmente nei luoghi di soggiorno e cura estiva: Levico, Roncegno
e Riva del Garda, principalmente da parte di prostitute "regnicole", cioè provenien-
ti dal Regno d'Italia.
Ed ecco un’altra figura ricorrente nell'iconografia semi-ufficiale della Grande Guerra, la imperial-regia (K.u.K.) prostituta, costante presenza che accompagnava il soldato nella concreta e durissima quotidianità bellica.
La guerra peggiorò le condizioni di vita dei ceti popolari e la richiesta di prostitute
per le truppe crebbe vertiginosamente. Così stavolta erano le operaie a vendersi,
visti anche i bassi salari e le cattive condizioni di vita, anzichè le cameriere e lo-
candiere italiane di prima della guerra.
Le consistenti truppe di stanza a Levico si avvicendavano agli strategici presidi valsuganotti della "Festung Trient" (la "Fortezza di Trento"), in primis il forte del Piz di Levico e quello, sottostante, di Busa Verle.
Senza contare i tanti presìdi minori del Colle di Tenna e del Col delle Benne di Levico, senza contare i ricambi che andavano assicurati alle trincee avanzate della Panarotta. Gli anni della WW1 registrarono quindi un vertiginoso aumento della "domanda".
Con lo scoppio delle ostilità anche la nazionalità delle prostitute (legali o meno) subì una mutazione e alle italiane subentreranno donne che venivano dalle più disparate parti della monarchia: Boemia, Stiria, Vienna, Moravia.
Il fenomeno più significativo divenne però quello illegale, clandestino.
A Levico, che si trovava a ridosso del fronte e contemporaneamente vantava, in quanto importante centro di soggiorno, una specifica tradizione in materia, il fenomento fu più marcato che altrove.
I soldati chiamavano ironicamente Feldmaitresse, mezzane da campo, dopo che s'erano verificati anche casi di prostituzione tra le infermiere in servizio presso gli ospedali militari.
L'architetto che ha curato il restauro (è stato il primo obiettore di coscienza del Trentino, se non ricordo male: erano i tempi della Lega Obiettori di Coscienza...) ha voluto mantenere la vecchia insegna dipinta sul muro e secondo me ha fatto bene. Ricordare le cose non significa condividerle, ma piuttosto mantenerle nel tempo, offrire un elemento di giudizio in più.

lunedì 6 febbraio 2017

Trainata dallo sci, l'ideologia del foodly-correct si è ormai spinta fino a quota rifugio

Questa moda fighetta e decadente ha espulso dai rifugi i piatti della nonna e li ha sostituiti con gli irritanti "percorsi del gusto", sempre all'insegna della "riscoperta" ma sempre più simili ai bastoncini findus. Gusti che ci parlano delle idee. Sì, quella confusione mentale che le masse in fuga...
Lo chef modaiolo è un esteta decadente: vuole stupire, sorprendere, emozionare.
"Queste idee sono figlie del disorientamento e della mistificazione, una mania foodly-
correct che fa parte del ben più totalizzante politically-correct (due bei prodotti cali-
forniani trapiantati nel radical-chic nostrano, ma nella versione dolciastra dei Beach
Boys, mica in quella asprigna degli Jefferson Airplaine."
(Franco Cardini, "La bottega del professore", La Feltrinelli Edizioni)
...dai condomini urbani si portano dietro assieme a cemento e asfalto, distributori, guarda-rail, rotatorie e car-wash, cartelloni, pubblicità e plastica. Ci sarebbe anche l'inquinamento, ma ormai chi ci pensa più...
I gusti da autogrill invadono paesi, trattorie, malghe, rifugi e salgono sempre più sù.
A dirigere il traffico ci sono i guru mediatici: i Petrini di Slow Food o i Farinetti di Eatitaly o ancor più i cuochi "intellettuali" come il grot-tesco "cuoco di d'Alema" o l'impu-nito di "che ci fa qui Carlo Cracco?".
Tutto sempre piuttosto caro e sempre di poca scorza. Poi ci sono i "presidi slow-food", adorati nei salotti radical-chic ma molto meno arrapanti se osservati da vicino: ecco allora le ciuìghe fatte con pochissime rape, sennò non piacciono, la mortàndela fatta coi tagli di prima scelta sennò non piace, e avanti così. Uno sbriciolamento dei costumi, fino al delirio dell'Expo milanese 2015, sfacciatamente intitolato "Nutrire il pianeta".

giovedì 12 gennaio 2017

L'antica trattoria "A Le Due Spade" di Trento

Morta e defunta come trattoria popolare, è stata sostituita da una imbarazzante "location" che se la tira. E pensare che ne aveva parlato Elio Fox nella sua benemerita "Storia delle osterie trentine", dove ricostruisce e ricorda le tortuose vicende che, secolo dopo secolo,
trattoria alle due spade trento
Anni Ottanta: in un clima bolso e provincialotto una razza di affaristi rampanti si face-
va bella frequentando certi locali piuttosto che altri. Gli anni sono passati e al delirio
si è sostituita la decadenza. Cosa ne dice Tripadvisor? Ecco qui: "...nulla è cambiato
da oltre 500 anni...... Menu eccellente e servizio impeccabile. Abbinamento di vini
eccellente".
Mah... mi vengono in mente le "Dolomiti da bere".
ne avevano fatto un tassello impor-tante della storia cittadina.
Ma quando quel tempo era ormai alle spalle la "città del Concilio" s'è affidata a personaggi da "mani pulite" come Mario Malossini, personaggi che avrebbe fatto arrossire non dico Alcide Degasperi, ma anche Bruno Kessler, che pure era uomo di mondo.
In quel clima agitato e esibizionista la nuova razza rampante frequen-tava certi locali piuttosto che altri: contava esserci e, soprattutto, riconoscersi fra simili.
Il conto "doveva" essere salato: erano i soldi a certificare la qualità. Gli anni sono passati e dopo il delirio è sopravvenuta la decadenza: quel che resta di quelle storditezze è la faccia tosta: "torta sacher destrutturata in coppa, strudel ai "bruscandoi" in pasta kataifi con sushi di carne "salada" e crème brulée al Vezzena, filetto di cervo in gemme di abete bianco, rotolo di orata con scampo e asparagi in calice con spuma al Trentodoc, emulsione di patate e asparagi con salmarino [sic!] marinato, flan d'asparagi con ventaglio di speck d'anatra e spuma al 50/50". Tutto esibito sul cavalletto, apertamete, senza nessuna vergogna...