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giovedì 30 aprile 2026

Frittellona di mele strapazzata, tipo Schmarren...

E' imparentata non solo con gli Schmarren ma anche con le Apfelradl, che sono le "ruote di mele" cioè le frittelle di mele tirolesi.
In pratica è una grossa frittella dolce strapazzata, cioè grossolanamente smazzata con la forchetta. Risulta molto simile agli Schmarren e Kaiserschmarren tirolesi, dai quali però si differenzia per le fettine di mele annegate nell'impasto.
Bisogna versare la pastella con le fettine di mele in una padella antiaderente unta di
burro (basta ungere il fondo, non serve far navigare l'impasto nel burro fuso).
👉Le mele vanno spellate e poi tagliate a fettine, come siamo abituati a fare per preparare lo strudel. Possiamo usare anche mele un po' appassite dalla lunga permanenza in cantina: vanno bene lo stesso.
Dopo aver spezzettato la "frittatona" durante la cottura l'aspetto è questo.
👉La pastella, che deve essere di consistenza semiliquida, ci prepara in una terrina ed è composta di farina, uova, latte, zucchero e sale. Bisogna dosare la quantità  di farina e di latte in modo da ricavarne una pastella semiliquida a cui poi aggiungere uova, zucchero e sale a piacere (poche uova = più leggera). 
👉Mescolare la pastella quindi aggiungervi le fettine di mele, tagliate come si per preparare gli strudel, e poi mescolare ancora. Il contenuto della terrina va lasciato cadere in una padella antiaderente unta col burro e la cottura avviene "a vista" continuando a rimescolare e spezzettare la frittata  aiutandosi con un forchettone di legno o teflon.
Quando è nel piatto la si può condire in base alle proprie preferenze: marmellata di ribes, di more, di albicocche, di susine, oppure semplicemente spolverandola di zucchero a velo o di cannella .

giovedì 2 aprile 2026

Bisse, azzime, impade: dolci pasquali non lievitati

Sono i tre biscotti senza lievito della panetteria kasher di Venezia, e piacciono talmente tanto che ormai stanno in vetrina tutto l'anno.

Sono il simbolo stesso della Pesach, la Pasqua ebraica, una festività durante la quale non si consumano cibi lievitati. Sono espressione della tradizione ebraica veneziana e del nord-Italia.

Il panificio kasher si trova all'ingresso del ghetto di Venezia, lato Cannaregio.

Tutti e tre sono fatti con una pasta preparata senza lievito e senza latticini perché devono essere parve o fleishig, cioè non possono contenere latticini se consumati a ridosso di un pasto a base di carne, secondo le regole kasherut (la cucina kasher).
Vista la richiesta, il panifico Volpe ormai li confeziona durante tutto l'arco dell'anno, e li mette in bella vista nella sua vetrina che s'affaccia sulla calle di accesso.
Le bisse (dette anche bisse degli ebrei o bissette): sono biscotti secchi la cui origine è legata alla festa di Pesach (Pasqua ebraica) che prendono il nome dalla loro forma a "S" che a Venezia richiama la "bissa" o "biscia" (serpente). Vengono preparati con farina, uova, zucchero, olio (storicamente d'oliva o di semi) e spesso con l'aggiunta di scorza di limone grattugiata per aromatizzare. La consistenza è secca ma friabile (o a volte croccante fuori e più morbida all'interno). Si mangiano intingendoli nel latte, nel tè o, tradizionalmente, nello zabaione.

Le azzime dolci: sono dei piatti biscotti o biscottoni non lievitati. Derivano dal pane azzimo (matzah), il pane non lievitato che è il simbolo stesso della Pasqua ebraica (Pesach). Sono a base di farina, zucchero, olio, uova e sono caratterizzati da un forte aroma di anice (dovuto ai semi di finocchio o anice) e talvolta scorza di limone. In alcune ricette, possono non contenere uova. Sono duri e molto aromatici, non friabili, ma grossolani e consistenti. La pasta spianata, di spessore medio-sottile, viene ritagliata in dischi (spesso con i bordi frastagliati) e bucherellata prima della cottura per evitare qualsiasi lievitazione. L'ingrediente più caratteristico è l'anice (sotto forma di semi o, meno comunemente, liquore all'anice, che dona a questi biscotti un profumo intenso e inconfondibile.

Le impade (dette anche ofelle): sono biscotti ripieni o "ravioli dolci" di pasta frolla. Appartengono alla tradizione veneziana e triestina, dove vennero introdotti dagli ebrei sefarditi "ponentini" (portoghesi). Sono imparentate con le empadas portoghesi. Sono costituiti da un involucro di pasta frolla (spesso fatta con farina, uova, zucchero e olio) che racchiude un ripieno dolce a base di mandorle tritate (o pinoli), zucchero, uova e scorza di limone (a volte con l'aggiunta di canditi o uvetta). Possono avere una forma allungata (Venezia), a mezzaluna (Trieste) o a "S", e vengono cosparse di zucchero a velo dopo la cottura.



domenica 8 dicembre 2024

Uno Zelten casalingo, più friabile e meno pesante

Quello dei negozi è duro e secco, carico di mandorle, noci, pinoli, fichi secchi, canditi, uva passa, zucchero, burro, datteri, grappa, miele, etc.
Mettere meno uva passa e canditi nell'impasto. E usare farina Manitoba, poco burro e uova: è questa la formula del cugino Lucio.
Non solo mettere poca uva passa e canditi nell'impasto ma soprattutto usare farina
Manitoba, poco burro e uova: è questa la formula di Lucio, diciamo una versione
ancora più leggera di quella "alla trentina". Circa l
a friabilità del "suo" Zelten con
l'impiego della farina Manitoba, io non so... ma mi fido. E infatti il risultato è OK.
Questa è una versione più casalinga e moderata dello Zelten tirolese "da mercatini". Riesce a mantenere fragranza e sapore, ma senza mettere alla prova i denti come se fosse un mandorlato.
Lo Zelten è nato come pane dolce alla frutta per le festività e col migliorare delle condizioni economiche ha via via arricchito e appesantito il suo impasto, indurendo la propria consistenza fino a diventare di laboriosa masticazione.
👉La versione trentina dello Zelten, più soffice e meno "carica" di quella tirolese è più vicina alla tradizione contadina del pane dolce delle feste.

lunedì 27 novembre 2023

La Linzer Torte fatta in casa da Carla e da Erica

La crostata di Linz (Linzer Torte) si distingue per il disegno a rete sulla marmellata (di prugne o di albicocche). Ha il nome della città di Linz.
E' una torta rotonda e bassa a base di pasta frolla, variamente arricchita con nocciole tritate, cannella, chiodi di garofano, limone, noce moscata. E' ricoperta da uno strato di marmellata o di confettura decorato da strisce di pasta incrociate. Qui vediamo la versione di Carla. In Austria, suo paese di origine, gli impasti codificati nel Registro dei Cibi Tradizionali del ministero federale dell'agricoltura sono tre: Brauner Linzer Teig, Weißer Linzer Teig e il più rustico Linzer Masse. Ma ogni massaia ha la sua variante...

Qui invece è nella versione di Erica, che la fa un poco più alta e scura.
La torta di Linz è molto bassa, ed ha un'impasto friabile composto da farina, burro, tuorli d'uovo, scorza di limone, cannella, succo di limone e nocciole, ma vengono usate anche noci o mandorle.
Le due sopra sono con marmellata di prugne, questa con marmellata di albicocche.
👉Viene ricoperta da uno strato di marmellata di ribes rosso o di prugne, mirtilli, lampone, amarene, more o - soprattutto -  di albicocca. Lo strato viene infine decorato con un reticolo di strisce di pasta disposte ad incrocio, così da formare tanti piccoli rombi. La pasta viene spennellata con albume d'uovo leggermente sbattuto, e poi messa in forno.
👉Come spesso accade la ricetta è soggetta a piccole variazioni. Sulla sua origine la diatriba è in corso. Tra le ipotesi più citate c'è quella che vede la Linzer creata da tale Johann Konrad Vogel che dal 1823 ne avrebbe la produzione e commercializzazione nella città di Linz, in Austria.
Oltre alle classiche marmellate di albicocche e di prugne, tra quelle usate nella Linzer Torte abbiamo le marmellate meno dolci e più acide: quelle di lamponi, di mirtilli neri, di more, di mirtilli rossi, di amarene, di ribes rosso, eccetera.


venerdì 4 febbraio 2022

Una torta di cioccolato bassa, asciutta e leggera

Questa formula davvero molto "magra" si traduce in una bella tortina friabile, senza glassa, senza crosta e senza pesantezza.
torta al cioccolato
Torta di cioccolato: per una colazione in casa nei mesi del Coronavirus della quarta ondata. Col caffelatte, naturalmente.
torta al cioccolato
Ed eccolo qui il risultato, che alle otto del mattino non é niente male direi... A pro-
posito: la panna é ovviamente industriale, della Coop insomma...
1) Far fondere in un tegame quattro scacchettoni di cioccolato fondente e un'etto di buro;
2) aggiungere due cucchiai di zucchero e mescolare a lungo;
3) aggiungere due uova e due cucchiai di farina e uno di fecola, mescolare e regolare la densità dell'impasto aggiungendo eventualmente un po' di farina. La consistenza deve rimanere semiliquida: più è denso e più secca risulterà la torta, ma é questione di "occhio" ed è difficile da spiegare;
4) infornare in una teglia dal fondo unto con burro (160° per 35 minuti).
cioccolato e yogurt
Torta alla cioccolata a sinistra e un tortino allo yogurt a destra.

giovedì 23 dicembre 2021

I biscotti preparati per i giorni di Natale

Tradizione vuole che questi biscottini dalle forme più varie vengano preparati nelle settimane dell’Avvento e che siano regalati per Natale.
mangiare in montagna
In Sudtirolo il nome originale è “Spitzbuben”, ovvero i “birichini” o "bambini monelli" forse perché i bambini cercavano di “rubare” i biscottini non appena le mamme li sfornavano! E' una tradizione che continua e si ripete anno dopo anno, senza mai stancare.

martedì 7 dicembre 2021

Un leggero tortino allo yogurt per colazione

A base di yogurt: un esperimento di tortino da colazione ben riuscito.
Sulle cime dietro casa é arrivata la neve e di uscire non ne abbiamo voglia. Cielo in cambiamento e umido diffuso. Abbiamo una casa calda e confortevole con una dispensa e una libreria ben fornita. Cos'altro chiedere, nonostante la pandemia?
Dalle finestre di casa: zoom sui miei due bivacchi preferiti, perfettamente visibili.
Servono 400 grammi di yogurt (un barattolo grande), due uova, due cucchiai di zucchero e un cucchiaino di sale, un cucchiaio di fecola di patate e poi farina a piacere, insomma ad occhio.
👉Non é che occorra separare i tuorli dagli albumi, si possono tranquillamente sbattere e amalgamare assieme, anche a mano.
👉Infornare a 180° per mezz'oretta, tenendo d'occhio la crescita.

Con le dosi descritte la quantità che ne risulta é questa. Ah già: una bustina di zucchero a velo di sicuro non guasta.

venerdì 18 giugno 2021

Strudel dolce con ricotta, grana e uva sultanina

Strudel dolce ma non troppo, che va d'accordo col cappuccino. Niente mele, ma ricotta per la farcitura: con una aggiunta di formaggio grana grattugiato e di uva sultanina.
strudel con ricotta
Anche se fa uso di ricotta e formaggio grana, non va considerato uno strudel salato, quelli sono un'altra cosa: tipo lo strudel cipolla e formaggio, oppure tipo quello con le cipolle stufate. Questo qui, invece, va d'accordo con il cappuccino...
strudel con ricotta
Si può mangiare anche la mattina a colazione.
Queste sono le dosi sufficienti per riempire due "formati" di pasta sfoglia rettangolare della Coop:
1) mescolare 750 grammi di ricotta, un cucchiaio pieno di zucchero e uno di uva sultanina in una ciotola. Aggiungere il formaggio grana grattugiato: due cucchiai pieni e mescolare bene.
2) Stendere la pasta sfoglia su della carta da forno, e distribuirci sopra la ricotta condita, spolverare con cannella, avvolgere e infornare a 180° per soli dieci minuti.

giovedì 24 dicembre 2020

Colazione di Natale 2020: lo strudel con la panna

Fornelli&Coronavirus. Arrangiato in casa, così, grazie ai componenti della Coop. E' quasi un assemblaggio industriale, ma di questi tempi...
mangiare in montagna
Nei caffè austriaci l'Apfelstrudel mit Sahne è molto più diffuso che da noi. Questa é solo una versione semplificata (pasta sfoglia Coop, mele Gala, cannella in polvere, uva sultanina, noci tritate e panna della Coop). I caffè viennesi, é ovvio, sanno fare di meglio.
mangiare in montagna
Cottura in forno a 180° per 20 o 25 minuti e poi una spruzzata di panna (anch'essa della Coop) e niente zucchero a velo, purtroppo terminato proprio quando scattava il lock-down. Mentre, all'esterno, il Coronavirus continua a darsi da fare.

domenica 29 novembre 2020

Le frittelle di mele, molto giuste per l'autunno

Veloci da preparare e da fare. Sono fresche e leggere perchè si friggono in pochissimo olio, una bella comodità. Sono le Apfelradl sudtirolesi.
mangiare in montagna
Due mele bastano per dodici frittelle; le dosi della pastella variano in proporzione.
mangiare in montagna
Il giorno dopo sono perfette per la colazione mattutina, col caffelatte.

1) In una scodella si prepara la pastella di cottura, composta da due uova, latte, un etto di farina, due cucchiai di zucchero e un cucchiaino di sale, più uno di cannella in polvere. Le quantità bastano per dodici frittelle.
2) S'aggiungono due mele sbucciate e affettate sottili sottili e si mescola per amalgamare.
3) Si frigge in una padella bassa e larga con poco olio (non più di due-tre millimetri). Con un cucchiaione si pesca dalla scodella una dose e la si lascia cadere nella padella, schiacciandovela.
mangiare in montagna
Quattro frittelle alla volta. Girarle a mezza cottura non appena diventano dorate. Si levano e si mettono a riposo tra due fogli di carta assorbente. Ripetendo l'operazione per tre volte si avranno 12 frittelle e l'olio in padella sarà praticamente finito, come in questa foto.


mercoledì 4 novembre 2020

Strudel di mela verde, senza pinoli e senza uvetta

Fornelli&Coronavirus: strudel veramente basico ma adatto ai tempi che corrono. Solo pasta sfoglia industriale e fettine di mele. L'unica concessione è la cannella. Quella sì che è stata usata in abbondanza.
strudel di mele
Arriva dall'Australia questa mela acidula selezionata da Maria Ann Ramsey Sherwood Smith (1799-1870). E' un ibrido fra melo selvatico e melo coltivato. La troviamo alla Coop. Anche la pasta sfoglia (che, sì, è industriale).



Pasta sfoglia industriale della Coop, mela verde conservata nei capannoni industriali della Melinda nonesa e cannella d'incerta origine. Cottura in forno a 180° per 25/30 minuti e poi una spolverata di zucchero a velo. Mentre cuoce il Dolomiten scrive: "Altri 11 comuni sudtirolesi sono ora zone ad alto rischio - tra cui Bolzano".



lunedì 20 ottobre 2014

Lo strudel fatto con "le mele del lago"

Qui in Trentino erano la varietà più diffusa fino agli anni Cinquanta, quando iniziò la coltivazione intensiva.
mele del lago
Fu individuata nella zona del Lago di Caldaro nel 1749 e descritta nel 1889, era
la mela rustica più presente e apprezzata in Trentino fino agli anni '50. Matura a
fine ottobre e fino a Natale resta molto croccante e succosa, poi la pasta perde di
consistenza. Quelle fotografate con l'uva Fraga, altra varietà caduta in disuso, pro-
vengono da un piccolo coltivatore di Caldonazzo. La pianta è in catalogo presso
un vivaio di Riva del Garda col nome di Rosa di Caldaro.
Negli anni vennero soppiantate da nuove cultivar, più adatte alla coltivazione industriale. Piano piano ha ceduto il passoma la ritirata è stata totale.
Tuttavia rimane una buona mela e in alcuni posti si è ritornati a coltivarla.
👉Mi è arrivata a casa in un cesto assieme a Golden, Renettee e Stark, regalo di amici. Poi l'ho anche trovata in un negozio della Valsugana che la vende col nome di "mela del lago".
Ho provato ad usarla per lo strudel, il nostro dolce più tipico che ha radici turche e che ci è arrivato tra-
strudel trentino
Furono gli ungheresi, durante la dominazione ottomana del XVII secolo, a imparare
dai turchi la ricetta di un dolce di mele chiamato baklava. Trasformata dagli unghe-
resi in quella dello strudel, prese piede in Austria e in tutto l'Impero Austroungarico.
mite gli Ungheresi.
👉Grazie al boom turistico del dopoguerra, lo strudel è diventato noto anche nel resto della penisola, ed è visto come un piatto tipico locale. In realtà il suo "areale di diffusione" copre tutti i paesi dell'ex-Impero Austro-ungarico, con diverse specificità e varianti regionali.
👉Gli strudel più vicini alla tradizione dovrebbero essere quelli ungherese, austriaco e ceco, che non vengono arrotolati nella pasta-sfoglia, ma in una pasta ricavata da farina con un alto contenuto di glutine, acqua, olio e sale, ma senza zucchero aggiunto.

domenica 16 febbraio 2014

I biscottini natalizi, fatti in casa

Preparati per le feste natalizie e poi conservati  nelle scatole di latta.
biscotti di natale
Le varianti sono infinite: impastati col burro, ricoperti di cioccolato, al miele, con le nocciole, con la marmellata, con le mandorle, con le noci, con l'uvetta, con la cioccolata, con i semi di papavero, con le granelle colorate, alla vaniglia, al marzapane, alla cannella, e anche glassati come la Sachertorte. I biscotti si accompagnavano ad un'altra usanza natalizia: i Lebkuchen.
biscotti di natale
Le stelle di Natale erano quei biscotti a sei punte col buco in mezzo, fatti apposta
essere appesi all'albero (qui in versione senza buco).
"Ai tempi" c'erano anche quelli decorati con i semi di papavero perchè coltivare il papavero era un antico vezzo dei masi sudtirolesi.
👉Tutti avevano qualche pianta di papavero nell'orto di casa, assieme alla Kamila (camomilla) e poi li usavano entrambi come tranquillanti per i bambini renitenti alla culla (roba da telefono azzurro?).
👉Tra i nomi con cui sono conosciuti nelle Alpi tedescofone abbiamo fra gli altri: Guetzli, Güetzi, Guetzli, Plätzchen, Chrömli, Platzerl, Brötle, Bredla, Loible, Gutsle, Guatsle...
biscotti di natale
C'è un sito svizzero dove si può curiosare all'interno di un vasto repertorio di Weinachten Guetzli (biscotti di Natale) ma mi sembra che mia cognata, 23 tipi se non erro, non sia da meno, anzi (per non parlare della qualità). E ogni anno sono diversi.

giovedì 14 novembre 2013

L'autunno, le castagne e il Cacìn ligure

L'autunno è tempo di castagne e vino novello, questo vale sia per le Alpi che per l'Appennino, in questo caso ligure. E' passato un quarto di secolo e prima che tutto finisca nel dimenticatoio...
cacin ligure
Farina di castagne, acqua e sale sono
i soli ingredienti del cacìn, focaccette
rustiche cotte in formelle di terracotta
 che nell'alimentazione d'un tempo ave-
vano un'importanza pari alla polenta.
Foto scattate nel 1989, in un piccolo paesino dell’Appennino Ligure: siamo in quel di Agnola, 500 metri d’altezza e un pugno di case in provincia di La Spezia.
"Nelle foto è ritratta Liliana mentre prepara il Cacin. Un cibo un tempo fin troppo normale, per non dire quotidiano, della cucina ligure di montagna, oggi divenuto cosa rara. Allora, senza neanche rendermene conto, ho documentato una testimonianza, uno scampolo importante della ormai scomparsa civiltà contadina della Liguria, ma andiamo con ordine.
Un tempo l’Appennino ligure era, in pratica, un’unica distesa di boschi di castagno – le conifere odierne sono conseguenza di pratiche forestali del ‘900 – tanto che alcuni studiosi parlano di “civiltà della castagna”, infatti, era la castagna a rappresentare, fin troppo spesso, l’alimento a disposizione più abbondante. La castagna ridotta in farina era la “polenta” di questi monti e, come mi hanno raccontato anziani contadini, senza di essa la fame sarebbe stata certamente signora incontrastata!
Quando si tenevano le “veglie”, quelle che in Trentino si chiamavano “filò”, le riunioni serali nelle cucine o nelle stalle, si cucinavano le “rustie”, castagne arrostite al fuoco dei camini nella classica padella forata.
Le umili castagne si prestavano anche per fare i “balletti” quando erano semplicemente lessate con la buccia e poco sale. In questo caso l’acqua di cottura assume un colore marrone per nulla trasparente, ecco allora che un antico detto genovese, riferendosi a un affare infido o a un losco individuo, li definisce con sarcasmo: ”Caeu comme l’aegua de balletti”.
Chiedo venia per la grafia inesatta, infatti, il grafema ae di caeu e aegua andrebbe scritto sormontato dalla dieresi ^ (la pronuncia è: “cieu cumme l’egua de balletti” – la traduzione: “chiaro come l’acqua dei balletti”).
Se le castagne erano lessate fresche con un po’ di semi di finocchio, si parlava delle “peae”, le pelate. Ancora con farina di castagne si prepara il conosciuto “castagnaccio” dove uvetta, pinoli, semi di finocchio e olio rendono la pietanza un ricco piatto.
Un altro tipo castagnaccio è la “pannella” i cui ingredienti sono latte, pinoli, noci, olio, sale e bucce di mandarino; quest’ultime sono tagliate a pezzetti e sparse sull’impasto per poi passare alla cottura. Un dolce della mia giovinezza che cucinava mia madre, le chiamava “cuculli”, erano delle frittelle preparate con la farina di castagne, acqua e un po’ di lievito, quindi fritte e 
cacin ligure
Per la cottura del cacìn si utilizzavano
piccoli tegami di terracotta arroventati.
cosparse di zucchero a velo.
Ma torniamo al Cacin!
Gli ingredienti sono veramente semplici: farina di castagne, acqua e un pizzico di sale.
Con questi si prepara una pastella, accuratamente mescolata per evitare grumi, quindi si passa alla cottura.
Ora servono i “testi”, tegami di terracotta spessi circa un paio di centimetri e con un bordo poco profondo, le foglie di castagno e una stufa a legna.
Attenzione però perché, come mi ha insegnato Liliana, non tutte le foglie di castagno vanno bene! Ci sono foglie più strette e altre più larghe, solo queste ultime vanno bene. Colte per tempo, messe a seccare accuratamente, poi impilate in mazzetti sotto un poco di peso, così da avere alla bisogna una foglia bella piatta.
I “testi” vanno messi direttamente nelle fiamme della stufa, dove si sarà preparato un bel fuoco, utilizzando buona legna da ardere del diametro di circa 3 cm.
Quando i tegami saranno caldissimi e di colore rosso, si tolgono dal fuoco, impilandoli uno sopra l’altro perché non si freddino, quindi si cucina il cacin.
Preso un tegame, si copre con tre foglie di castagno, si versa la pastella di castagne, si copre con altre tre foglie disposte parallelamente al primo strato, quindi si aggiunge un altro tegame e così via.
La pastella, protetta dalle foglie di castagno, è cotta in pochi minuti dal forte calore dei tegami. Infine si procede a pulire il cacin dai rimasugli delle foglie, che si sono più o meno bruciate, e si può consumarlo subito così com’è, oppure assaporarlo dopo averlo cosparso con un buon gorgonzola o con fette di salame o della salciccia, roba da signori insomma!
Ai contadini di un tempo, andava già bene, quando lo consumavano nella sua forma più elementare, era il pane quotidiano spesso senza companatico."
(sia il testo che le foto sono di Gigi, è lui che dovete ringraziare...)