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venerdì 24 aprile 2026

Quel bitter firmato D'Annunzio è tornato di moda

A Venezia è ricomparso come "Spritz Select" l'aperitivo "Select", che a suo tempo era stato tenuto a battesimo da Gabriele D'Annunzio...
La sede odierna, a Cannaregio. Il bitter "Select" fu tenuto a battesimo da D'Annunzio. Il Vate aveva grande dimestichezza con la promozione pubblicitaria, che lo vide tra i protagonisti dell'epoca: firmò marchi famosi, dai grandi magazzini La Rinascente ai liquori (Aurum, Sangue Morlacco, Montenegro, Unicum) ai profumi. Lo vendono anche nella famosa Drogheria Màscari.
Locandina pubblicitaria.
Siamo nel 1920, nel cuore di una Venezia che ritorna alla normalità dopo gli anni della Prima Guerra Mondiale. È in questa atmosfera che i fratelli Mario e Vittorio Pilla, distillatori bolognesi, danno vita ad un bitter che si propone come elegante, esclusivo.
👉La nobildonna Maria Damerini narra nelle sue memorie che Vittorio Pilla abbia ottenuto il nome Select da Gabriele D’Annunzio durante una esclusiva cena sul Canale della Giudecca per la Festa del Redentore: il Vate volle elogiare il prodotto coniando di getto il nome Select, forma tronca del latino Selectus che significa selezionato, scelto, per rimarcarne la vocazione elitaria.
Il Select è un liquido di oltre 30 erbe e spezie, tra le quali la radice di rabarbaro e le bacche di ginepro, che conferisce al questo bitter un suo equilibrio tra dolcezza e amaricante.
Due anni fa il gruppo dell'amaro Montenegro ha aperto una "Ca’ Select" nel sestiere di Cannaregio ed è impegnato nel rilancio  la ricetta del 1920 come bitter a bassa gradazione da usare nello spritz, ed in effetti sta ricomparendo nei post del "c'è spriz e spriz"...
Nella Venezia del periodo austriaco (1815-1866) si usava bere il vino allungato con l'acqua e nei nei caffè eleganti si beveva un mix di vino e acqua di Seltz (Spritz allude allo spruzzo o schizzo del sifone dell'acqua addizionata con anidride carbonica). Oggi lo spriz veneziano è fatto di prosecco, bitter (amaro a bassa gradazione come Aperol, Cynar, etc.) e soda, cioè acqua gassata.

giovedì 2 aprile 2026

Bisse, azzime, impade: dolci pasquali non lievitati

Sono i tre biscotti senza lievito della panetteria kasher di Venezia, e piacciono talmente tanto che ormai stanno in vetrina tutto l'anno.

Sono il simbolo stesso della Pesach, la Pasqua ebraica, una festività durante la quale non si consumano cibi lievitati. Sono espressione della tradizione ebraica veneziana e del nord-Italia.

Il panificio kasher si trova all'ingresso del ghetto di Venezia, lato Cannaregio.

Tutti e tre sono fatti con una pasta preparata senza lievito e senza latticini perché devono essere parve o fleishig, cioè non possono contenere latticini se consumati a ridosso di un pasto a base di carne, secondo le regole kasherut (la cucina kasher).
Vista la richiesta, il panifico Volpe ormai li confeziona durante tutto l'arco dell'anno, e li mette in bella vista nella sua vetrina che s'affaccia sulla calle di accesso.
Le bisse (dette anche bisse degli ebrei o bissette): sono biscotti secchi la cui origine è legata alla festa di Pesach (Pasqua ebraica) che prendono il nome dalla loro forma a "S" che a Venezia richiama la "bissa" o "biscia" (serpente). Vengono preparati con farina, uova, zucchero, olio (storicamente d'oliva o di semi) e spesso con l'aggiunta di scorza di limone grattugiata per aromatizzare. La consistenza è secca ma friabile (o a volte croccante fuori e più morbida all'interno). Si mangiano intingendoli nel latte, nel tè o, tradizionalmente, nello zabaione.

Le azzime dolci: sono dei piatti biscotti o biscottoni non lievitati. Derivano dal pane azzimo (matzah), il pane non lievitato che è il simbolo stesso della Pasqua ebraica (Pesach). Sono a base di farina, zucchero, olio, uova e sono caratterizzati da un forte aroma di anice (dovuto ai semi di finocchio o anice) e talvolta scorza di limone. In alcune ricette, possono non contenere uova. Sono duri e molto aromatici, non friabili, ma grossolani e consistenti. La pasta spianata, di spessore medio-sottile, viene ritagliata in dischi (spesso con i bordi frastagliati) e bucherellata prima della cottura per evitare qualsiasi lievitazione. L'ingrediente più caratteristico è l'anice (sotto forma di semi o, meno comunemente, liquore all'anice, che dona a questi biscotti un profumo intenso e inconfondibile.

Le impade (dette anche ofelle): sono biscotti ripieni o "ravioli dolci" di pasta frolla. Appartengono alla tradizione veneziana e triestina, dove vennero introdotti dagli ebrei sefarditi "ponentini" (portoghesi). Sono imparentate con le empadas portoghesi. Sono costituiti da un involucro di pasta frolla (spesso fatta con farina, uova, zucchero e olio) che racchiude un ripieno dolce a base di mandorle tritate (o pinoli), zucchero, uova e scorza di limone (a volte con l'aggiunta di canditi o uvetta). Possono avere una forma allungata (Venezia), a mezzaluna (Trieste) o a "S", e vengono cosparse di zucchero a velo dopo la cottura.



giovedì 26 marzo 2026

La celebre Drogheria Mascari, a Venezia

Ha il fascino che viene da una lunga tradizione ma soffre la zavorra dei prezzi altini. Ma essendo fornitissima diventa insostituibile. A Venezia.
E' una storica bottega specializzata in spezie, tè, vini e prelibatezze enogastronomiche. Oltre alle tante spezie esotiche non mancano quelle nostrane, come queste radici di genziana. E' vicina al mercato di Rialto, sestriere San Polo 381, angolo Ruga dei Spezieri.


Drogheria Mascari
La vetrina della storica Drogheria Màscari oggi. Restituisce il fascino dei secolari traffici di spezie della Serenissima.
Nel 1946, quand'era stata aperta da poco, al 381 di San Polo, dove si trova anche oggi. Era un
un minuscolo negozio di appena 8 metri quadrati specializzato in frutta secca e castagnaccio.
Aperta nel 1946 da Luciano Mascari a Rialto, quando Venezia si stava riprendendo dalla guerra.
👉Le tante spezie in vendita vengono scenograficamente rappresentate in vetrina, ma poi l'interno offre sciroppi, the e caffè in chicchi (conservati come una volta nei piccoli silos al banco), e una congerie di spezie orientali. E poi biscotti, marmellate da tutto il mondo, preparati per dolci, cioccolatini e caramelle, marmellate, mostarda veneta a cucchiaio, frutta e verdura secca, pasticcini, torroni, pistacchio, bottarga sarda, pesce in scatola, pesto e pesto al pistacchio, l'enoteca con birre artigianali.
👉E' uno di quei posti di nicchia, come ce ne sono altri a Venezia, destinati ad un ristretto pubblico di estimatori.
👉E anche se non fa parte della "Venezia sconta" ha una sua capacità attrattiva che si è consolidata cn il passare degli anni.

venerdì 30 gennaio 2026

A spasso nella Venezia minore: il ritiro di Luisa Baccara nei lunghi anni del "dopo D'Annunzio"

Sbattuta fuori dal Vittoriale il giorno stesso della morte di Gabriele (1 marzo 1938), Luisa Baccara fissò la sua ultima dimora a Venezia.
A sbatterla fuori fu l'architetto Giancarlo Maroni, che al Vittoriale agiva di concerto con il prefetto Rizzi, messo lì da Mussolini per tenere sotto controllo l'imprevedibile D'Annunzio. Lei si rifugiò qui, nella casa paterna che aveva lasciato quando era una giovane pianista di grande successo per seguire D'Annunzio a Fiume e poi anche al Vittoriale. La Baccara morì in questa casa nel 1985.
Nel web si trovano diverse informazioni sull'isolato pedonale dei Nomboli, che gra-
vita attorno al 
Rio Terà dei Nomboli, molto centrale eppur appartato e tranquillo. In
basso a destra la Calle Amor dei Amici, una calle di San Tomà resa famosa dai fu-
metti del grade Hugo Pratt. Il creatore di "Corto Maltese" è stato anche un cultore e
gran conoscitore di quella "Venezia sconta" che traspariva dai suoi fumetti. Angoli
e scorci che facevano parte delle sue frequentazioni abituali.
L'architetto Maroni agiva come curatore della Fondazione del Vittoriale, l'ente statale che pagava a piè di lista tutte le spese pazze del Vate. Perciò, morto il Vate, in pratica Maroni divenne legalmente "il padrone del Vittoriale".
👉Assieme alla Baccara venne sbattuta fuori su due piedi anche Aelis, la multiforme governante tuttofare che rappresentava la "seconda gamba" del duo femminile ospitato in pianta stabile nelle segrete stanze della Clausura, l'ala che nella Prioria dannunziana veniva riservata a queste due donne speciali di rango superiore alle infinite "badesse di passaggio" che allietarono D'Annunzio.
👉Luisa Baccara si rifugiò a Venezia. Insieme al padre ottantenne abitò la sua casa di Campo San Tomà, (al civico 2705/9 del Sestriere di San Polo, nel centro geografico della città). Gli ultimi anni al Vittoriale non erano stati facili per lei.

Testo dell'intervista a Luisa Baccare (dal settimanale "IL TEMPO", 25 Marzo 1950):
"Da quando se ne venne via dal Vittoriale, Luisa Baccara ha fissato la sua dimora a Venezia, e, insieme al padre ottantenne, abita la sua casa di San Tomà, un isolato cinto da un rio che piega verso i Frari. È lei stessa che mi viene ad aprire la porta: snella, vestita di velluto nero, con una cappa di volpi grigie sulle spalle, e, alle

mercoledì 30 luglio 2025

L'avventura lagunare di Corto Maltese, con il fascismo sullo sfondo: "Favola di Venezia"

"Favola di Venezia" è una delle più famose novelle di Hugo Pratt ed è ambientata nel 1921, in una Venezia ormai infiltrata dal fascismo.
Tra i protagonisti silenziosi della Venezia elusiva disegnata da Pratt ci sono i gatti, felini urbani apolidi e individualisti, proprio come il misterioso marinaio Corto Maltese. E poi c'è un Gabriele D'Annunzio appena sloggiato da Fiume che irrompe sulla scena...
I gatti protagonisti anche sulla copertina di "Favola di Venezia".
Nel 1921 D'Annunzio era tornato nella "Casetta Rossa" dopo l'impresa di Fiume, mentre il nascente fascismo cittadino frequentava un certo bar del centro, appena dietro San Marco...
Su questo sfondo Hugo Pratt colloca una delle più celebri avventure di Corto Maltese. La storia, che si snoda a Venezia tra il 10 e il 25 aprile del 1921, si dipana tra esoterismo, massoneria e mistero lungo il sottile confine tra sogno e realtà. 
L'arrivo degli squadristi interrompe la conversazione tra Corto e Faliero...
👉La trama ha inizio con Corto Maltese che, inseguito da alcuni uomini armati sui tetti di Venezia, precipita da un lucernario proprio nel bel mezzo di una riunione di una loggia massonica. Soccorso dai "fratelli muratori", viene presto accompagnato all'uscita, non essendo un iniziato. Fuori dal palazzo, Corto fa la conoscenza di Bepi Faliero, un massone veneziano incuriosito dalla sua insolita intrusione. Corto rivela a Faliero di essere a Venezia alla ricerca della leggendaria "Clavicola di Salomone", uno smeraldo magico con incisioni misteriose. La conversazione viene interrotta dall'arrivo di un gruppo di fascisti, capeggiati dall'arrogante Stevani, ma l'intervento di Gabriele D'Annunzio evita che la situazione degeneri in una rissa.
👉La ricerca della "Clavicola" porta Corto a immergersi in un vortice di incontri con personaggi stravaganti: massoni eccentrici, avventurieri inusuali, filosofe enigmatiche e, ovviamente, i boriosi fascisti dell'epoca. Il marinaio si trova coinvolto in una serie di eventi misteriosi e pericolosi, rischiando più volte la vita e venendo persino accusato di tentato omicidio. Nel corso della sua indagine, Corto apprende la storia del talismano, che, passando di mano in mano nel corso dei secoli, è nascosto in una corte segreta di Venezia. La città lagunare, con le sue calli, i suoi canali e i suoi segreti, diventa un personaggio a sé stante, un labirinto dove la realtà si mescola al fantastico sempre in bilico sul confine labile tra ciò che è reale e ciò che è
... ma l'intervento di D'Annunzio evita che la situazione degeneri in una rissa.
 onirico. Corto Maltese si ritrova a interrogarsi se la "Clavicola" sia un oggetto tangibile oppure se non sia altro che "la materia stessa di cui sono fatti i sogni".
👉"Favola di Venezia" è un omaggio di Hugo Pratt alla città che amava, un'avventura che esplora temi come l'esoterismo, la politica dell'epoca (con un interessante sguardo sull'ascesa del fascismo e i suoi legami con l'esoterismo) e la costante ricerca di Corto Maltese di un significato in un mondo complesso e affascinante.
👉Tuttavia la trama è punteggiata di impliciti riferimenti autobiografici, che sfuggono ad una lettura immediata e che rimandano alle radici fasciste dei PrattSulla composizione sociale della città vedi anche qui.

sabato 26 aprile 2025

Il pane azzimo della panetteria kasher, a Venezia

Senza lievito, senza sale e senza olio, questa dura e durevole galletta dal sapore neutro proviene dalla più antica tradizione arabo-ebraica.
In realtà il pane azzimo (senza sale, senza olio e non lievitato) è stato per molto tempo l'unico pane conosciuto dall'umanità. Quando vado a Venezia passo sempre al "panificio Giovanni Volpe" dove faccio buona scorta di questa dura galletta ormai quasi introvabile.
Il pane azzimo della panetteria kasher di Venezia, appena sbarcato a casa.

Nei tempi antichi l'impasto di farina e acqua (senza sale e senza olio) si cuoceva posandolo su pietre arroventate poiché quello era il massimo che "lo stato dell'arte", per lunghe epoche storiche, fu in grado di offrire.
La galletta militare in dotazione agli eserciti NATO (125 grammi). Fatta per conser-
varsi a lungo, fa parte delle razioni da combattimento delle forze armate occidenta-
li che aderiscono agli standard-Nato.. 

👉Il risultato è un pane basso e duro, che oggi chiameremmo "galletta". Ostica ma capace di conservarsi a lungo nelle condizioni ambientali più difficili; e mi viene in mente la "galletta militare" degli eserciti, che veniva adottata proprio perché resisteva a lungo nello zaino del soldato. I precedenti sono illustri, a partire dallo zaino dei legionari romani, che prevedeva sempre la presenza del necessario per cuocere questo di pane non lievitato.
👉Il legionario romano era parte di una possente e ben oliata macchina da guerra. Il suo zaino comprendeva sempre, tra le dotazioni individuali, la padella per le focacce a base di granaglie arrangiate "al momento").
I crackers del supermercato sono i moderni eredi del primitivo pane azzimo e del-
le gallette militari e marinare. Gli attuali crackers si diffusero dopo il 1801, quando
lo statunitense Josiah Bent avviò un'attività di panettiere a Milton, nel Massachu-
setts, vendendo anche alla gente comune e non solo ai marinai i "biscotti d'acqua".

👉 Tra le usanze che rimandano al pane azzimo va ricordata la placenta d'epoca romana: era una focaccia non lievitata in uso presso i ceti medi e alti e che veniva servita nei banchetti e che faceva anche parte del rancio dei legionari..
👉Gli attuali crackers vengono dalla galletta dei marinai, che non si deteriorava durante i lunghi viaggi per mare. I buchi nei cracker sono detti buchi "di attracco" (in inglese docking holes). Sono creati nell'impasto con uno speciale utensile, il roller docker, per fermare la formazione di vuoti d'aria nel cracker durante la cottura.
👉Poi ci sono le questioni religiose. L'ebraismo, come tutte le religioni, detta anche norme di comportamento sul mangiare, che riassumerei nel termine "cucina kosher" (kosher per gli aschenaziti, kasher per i sefarditi.
"Il panificio Volpe è l’unico panificio kasher di Venezia. Sia il pane che i dolci sono preparati rigorosamente senza grassi animali e senza latte. Sotto la supervisione del rabbino ogni giorno il panificio sforna deliziosi dolci della tradizione ebraica: mandorle, morbide impade, azzime dolci al profumo di anice, zuccherini. Anche il pane è ovviamente kasher e se ne può trovare di tipi diversi fresco e azzimo." (dal sito web del panificio Volpe)

lunedì 7 ottobre 2024

La casetta rossa di D'Annunzio, sul Canal Grande

Si affaccia sul Canal Grande, poco lontano dal Ponte dell'Accademia. E' un piccolo edificio rosso, leggermente arretrato rispetto all'acqua.
casetta rossa
Dalla Casetta Rossa Gabriele D'Annunzio partì verso Ronchi per capitanare la colonna di ammutinati in marcia verso Fiume. Si affaccia sul Canal Grande, a fianco di Palazzo Corner (sede della Provincia e della Prefettura), è vicinissima al Ponte dell'Accademia.
casetta rossa
D'Annunzio aveva visitato Venezia due volte, nel 1887 e nel 1894, ed aveva mani-
festato l'intenzione di abitare nella città lagunare che percepiva così in sintonia con
la sua vena dandy, elitaria, estetizzante e decadente.
Il soggiorno veneziano di Gabriele D'Annunzio nella "casetta rossa" coincise con il periodo della prima guerra mondiale, dal luglio 1915 al novembre 1918.
casetta rossa
Il piano rialzato e quello superiore (che era destinato alla servitù), visti dalla stretta
e breve calle privata che permetteva l'accesso pedonale. Oggi è un esclusivo B&B.
Tre anni costellati di eclatanti azioni belliche e propagandistiche che lo trasformarono nel "poeta soldato" imprese che mise in opera dall'aria con il suo aeroplano SVA 10: le incursioni sul Càttaro e su Pola nel 1917, il volo su Vienna nonchè dal mare: la Beffa di Buccari nel 1918 (su MAS). Nel 1916 D'Annunzio perse l'occhio destro a causa di un ammaraggio forzato nelle acque di Trieste e trascorse 7 lunghi mesi di convalescenza proprio nella "casetta rossa". In questo periodo di riposo obbligato egli compose, nella quasi cecità, il "Notturno".
👉La "casetta rossa" divenne anche oggetto, nel periodo 1915-18, di oltre 50 incursioni aeree austro-ungariche che cercarono, invano, di bombardare la dimora del celebre personaggio. Il poeta abruzzese soggiornava nella "casetta rossa" in compagnia della figlia Renata ed vi incontrò numerosi personalità.
casetta rossa
Il raccolto giardinetto privato che si affaccia direttamente sul Canal Grande.


Storia della "casetta rossa":
casetta rossa
I due livelli residenziali (mentre il terzo era riservato ai domestici).
La storia di questo piccolo edificio inizia alla fine del XIX secolo quando il principe austriaco, nonché antiquario, Fritz Hohenlohe-Waldenburg, appassionato antiquario e tra i maggiori esponenti dell'aristocrazia della Belle Époque, acquistò un piccolo terreno dove c'erano solo una vecchia catapecchia e un giardino, ma che si affacciava sul Canal Grande. Il palazzo venne fatto costruire, perché diventasse dimora dello stesso principe, dall'architetto Domenico Rupolo, Soprintendente all'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti del Veneto fin dal 1892. Il Rupolo si discostò molto, però, dalle sue più celebri realizzazioni come Villa Romanelli e Villa Terapia, contraddistinte da un eclettismo di stampo neo-medievale e neo-romanico.
casetta rossa
Gabriele D'Annunzio appoggiato alla balaustra che dà sul Canal Grande. Nel frat-
tempo la inferriata in ferro è stata sostituita, pur mantenendone lo stile...
👉L'architetto ha seguito i gusti del committente, vista l'impronta austriaca della realizzazione finale. Anche la presenza del piccolo giardino prospiciente il Canal Grande è un'anomalia rispetto alla tradizione veneziana. La Casina aveva un pianterreno e un primo piano per i nobili proprietari e un secondo per ospitare la servitù.
👉Il pianterreno si componeva di due minuscoli anditi e di due salotti che davano sul giardino e di una sala da pranzo: solo alcuni piccole modifiche saranno aggiunte alla struttura nei decenni successivi dai successivi proprietari della piccola villa.
Il principe di Hohenloe, tra i principali esponenti dell'aristocrazia europea della Belle Époque, colto ed erudito antiquario, trasformò dunque un'antica stamberga in un gioiello raffinato e prezioso, ricco di opere d'arte da lui stesso selezionate: un salotto animato dalle più grandi personalità della cultura di quei tempi magici e incantati.
👉Il principe Hohenlohe-Waldenburg e la moglie Zina vi abitarono fino allo scoppio della prima guerra mondiale e furono loro a istruire l'architetto nella costruzione di un edificio che si discostava molto dalle sue opere precedenti ma anche dai palazzi veneziani dell'epoca.
👉Lo scoppio della WW1 costrinse il principe a lasciare l'abitazione e a spostarsi nella neutrale Svizzera. Grazie a D'Annunzio questa casetta divenne rapidamente un punto di riferimento per le personalità di spicco del mondo dell'arte e della cultura di allora, dal barone Giorgio Franchetti, al conte Giuseppe Primoli, al pittore Mariano Fortuny y Madrazo, ai poeti Henri De Regnier, Rainer Maria Rilke, Hugo von Hofmannsthal...

mercoledì 5 giugno 2024

La locanda "Il Ghebo" a Punta Sabbioni (Venezia)

Una base di appoggio ai margini della città lagunare, poco modaiola e fuori dagli schemi. La base giusta per i miei giri nella "Venezia sconta".
Il terrazzo al piano delle camere, nel verde dei vecchi appezzamenti agricoli di Punta Sabbioni. Da qui parto per le mie camminate nella Venezia minore, quelle a passo lento, che rifuggono dalla Venezia globalizzata e vanno alle piccole chicche più legate alla vita quotidiana e più lontane dai richiami trendy, con qualche cedimento ai buoni sentimenti e anche alla curiosità etnica.
La nostra piccola ma curata  e silenziosa camera a "Il Ghebo": meglio adattarsi qui
o inoltrarsi verso il grande caos veneziano alla ricerca di mezzo metro in più?
Le camere lillipuziane e i bagni stile francese (cioè senza bidet) non la rendono adatta a tutti, ma per il resto è un posto da vedere. Silenziosa, immersa nel verde, grande parcheggio sotto gli alberi, zona tranquilla, a due passi dai vaporetti, eleganza un po' demodé ma curata fin nei dettagli, sala colazione ampia e di buon gusto, terrazza con tavolini, tavolini esterni nell'ampio giardino ombreggiato.
La reception a piano terra, la camera da letto, la vista dal terrazzo e il corridoio al
piano. E' tutto davvero molto curato. Quindici minuti a piedi e si arriva all'imbarca-
dero di Punta Sabbioni, con i vaporetti per Venezia, Burano, Murano, il Lido, etc.
👉Fa servizio di solo B&B ma per la cena serale a poca distanza c'è l'albergo "La Rondine" aperto tutto l'anno che fa servizio di ristorante: ci si può andare a piedi percorrendo la ciclabile a fianco del viale alberato.
👉Il ghebo o ghebbo è un canale minore che attraversa le barene e le velme della laguna, mettendo in comunicazione le zone più interne con le vie d'acqua principali.
👉Barene viene dal veneto "bare" che indica un cespuglio o ciuffo d'erba; la barena è un terreno lagunare ricco di vegetazione periodicamente sommersa dalle maree.
👉La velma è un pezzo di fondale poco profondo e normalmente sommerso, che però emerge con la bassa marea, mentre le barene vanno sotto durante le alte maree.

venerdì 31 maggio 2024

La "moglie trentina" di Mussolini, che lui fece internare a Pergine e poi a Venezia, dove morì

L'ignobile trattamento inflitto dal Duce a Ida Dalser, prima internata nel manicomio di Pergine e poi fatta morire in quello di Venezia.
L'isola di San Servolo a Venezia, che all'epoca ospitava un manicomio. "Mussolini in realtà aveva ammesso di avere avuto una relazione con la Dalser, riconobbe pure di essere il padre del bambino e si offrì di provvedere al suo mantenimento versando alla madre la somma di lire 200 mensili (non poco, per quel tempo)." Ma la Dalser rifiutò...     [dal libro di M. Zeni "La moglie di Mussolini"]
 Marco Zeni "La moglie di Mussolini" Trento, Effe e Erre, 2005.
Il tutto avvenne con la collaborazione attiva degli ineffabili parenti trentini di Sopramonte - sempre disponibili con i potenti - che si diedero da fare prima per spedire in Cina il figlio Benitino e poi per riservare a Benitino la stessa sorte della madre.
👉La povera Ida Irene Dalser (Trento, 25 agosto 1880 – Venezia, 3 dicembre 1937) è stata una delle compagne di Benito Mussolini. Spremuta come un limone e buttata via come un cencio dal Duce del fascismo, che per silenziarla si avvalse della collaborazione attiva dei di lei parenti trentini... una storia ignobile terminata con l'assassinio per procura del figliolo Benitino, morto anche lui dopo essere stato sotterrato in un manicomio (morì nel 1942, cinque anni dopo la madre).
Ida Dalser, morta nel manicomio di Venezia nel 1937, e di suo figlio Benito nito Al-
bino, morto nel manicomio di Mombello (Milano) nel 1942.
👉Figlia del borgomastro di Sopramonte  Albino Dalser (Trento era allora provincia austriaca), Ida si diplomò a Parigi come estetista e aprì un salone di bellezza a Milano. Qui conobbe Mussolini nel 1913, quando lui era direttore dell’"Avanti!", organo ufficiale del Partito Socialista Italiano. Il 16 novembre 1915 Ida diede alla luce un bambino, cui impose i nomi dell’amante e padre. Mussolini lo riconosce come suo figlio naturale in una dichiarazione firmata dinnanzi al notaio Buffoli di Monza, l’8 aprile 1916. Ma Mussolini nel frattempo si era già “accasato” con la ragazza di Predappio, Rachele Guidi, dalla quale, nel 1910, aveva avuto la prima figlia, Edda. E, appena un mese dopo la nascita del piccolo Benito Albino, Mussolini sposò con rito civile, all’ospedale di Treviglio (dov’era ricoverato per le ferite riportate al fronte, durante la Grande Guerra), proprio Rachele, che da quel momento si trasferì a vivere con lui e con la piccola Edda a Milano, in via Castelmorrone.
Il sunto della incredibile storia, quando la farsa non si era ancora volta in tragedia.
👉Poiché l’atto di nozze tra Mussolini e la Dalser non è mai stato trovato, bisogna ricorrere alle testimonianze. Nel suo libro, Marco Zeni scrive che un prete di Sopramonte, don Luigi Pedrolli, avrebbe confessato, negli anni Cinquanta, ad Antonio Zieger, bibliotecario del Comune di Trento, che l’annotazione dell’atto di matrimonio, nella parrocchia di Sopramonte, a margine dell’atto di nascita di Ida Dalser, sarebbe stata «strappata nel 1925 da gente interessata». E' automatico dedurne che il Papa e la Chiesa intera, nel 1925, si sarebbero resi complici di un sacrilegio, poiché è impossibile che un parroco non informi i superiori di una simile iniziativa coinvolgente, tra l’altro, il capo del governo in carica. Si dà però il caso che Ida Dalser non sia mai stata sposata con Benito Mussolini, come risulta dalla sentenza pronunciata dal Tribunale di Milano, presidente Giovanni Maria Antonioli, giudici Vincenzo Porro e Luigi Serra, nella causa promossa il 19 maggio 1916 da Ida Dalser, proprietaria di un salone di bellezza, contro Benito Mussolini, giornalista, per essere stata «sedotta e resa madre con promessa di matrimonio non mantenuta».
I tre protagonisti della triste vicenda. Nel fotomontaggio non compaiono i "collabo-
ratori di Sopramonte, parenti della Dalser, tipo il Podestà di Sopramonte.
👉Durante il processo Mussolini ammise di avere avuto una relazione con la Dalser, riconobbe di essere il padre del bambino e si offrì di provvedere al suo mantenimento versando alla madre la somma di lire 200 mensili (non poco, per quel tempo). Il tribunale accolse la proposta. In precedenza, e precisamente il 2 maggio 1914, Ida Dalser, sempre assistita dal suo avvocato, aveva promosso analoga causa nei confronti del professor Giuseppe Brambilla, altro frequentatore del suo salone di bellezza, chiedendogli un risarcimento di lire 100mila «per

venerdì 1 marzo 2024

La trattoria di Anonimo Veneziano a Dorsoduro

Si chiama "Antica Locanda Montin" e il suo ingresso si affaccia sulla stretta Fondamenta de Borgo, che è fiancheggiata dal Rio de le Romite.
L'ingresso è al civico 1147 ed è abbastanza modesto da sfuggire ai distratti. Il canale prende il nome dal dirimpettaio convento delle Eremite Agostiniane. Conosciuta e frequentata da una multiforme clientela di artisti, intellettuali e politici del Novecento.


Il giardino interno è diventato famoso perché vi è stata girata una scena del film "Anonimo veneziano"  con Florinda Bolkan e Toni Musante ed è indubbio che si tratta di una location piena di fascino.


L'interno col colpo di luce dell'ingresso affacciato sul Rio de le Romite.
Ecco il cortile interno, spazioso e profondo eppur raccolto. Un raffinato dandy de-
cadente quale era Gabriele D'Annunzio non poteva non notarla, ed infatti nel suo
articolo "Un itinerario bacchico" scrive: "Cerca su la Fondamenta dietro l'Acca-
demia il giardino del Montin ornato di pergole..."
.
L'interno è scuro e profondo,  si spinge in avanti facendosi largo nel compatto tessuto edilizio veneziano per sboccare in un altrettanto profondo cortile interno che sa di misterioso ed di intimo, protetto da discreti pergolati che schermano la frenesia cittadina e lo trasformano in un'isola davvero fuori dal tempo, dove si respira un'atmosfera rilassata e silenziosa, molto veneziana.
Ancor oggi la Locanda Montìn rimane fedele al suo nome: non è una semplice trattoria, ma dispone anche di stanze da letto. Proprio come le locande di un tempo.
Il banco-bar posto all'ingresso.
👉La locanda compare anche in quella che sembra essere stata la prima guida enogastronomico europea, quella "Osteria. Guida spirituale delle osterie italiane da Venezia a Capri” scritta dal tedesco Hans Barth, che la enciclopedia Treccani così inquadra: “piacevole causeur, amabilmente epicureo, buongustaio nato a cui era cara ogni buona mensa non meno che ogni ornato e ameno conversare, peregrinò giulivamente per le città e i borghi d'Italia, raccogliendo ricordi e bevendo un sorso a ogni insegna, e, a consumata esperienza, ne trasse un ghiotto libro...". Lo scrittore tedesco dedicò ben due pagine alla Locanda, "L'osteria sbocca in un delizioso giardino con vecchie colonnine, pergolati, giuoco di bocce. Dinnanzi alla luna e al sole splendono le ramerie della cucina governata da Anzola, una rotondità di cuoca inabbraciabile". Gabriele D'Annunzio ne scrisse poi la prefazione alla prima edizione italiana, che uscì nel 1910 (la guida era stata edita in tedesco a Stoccarda nel 1908).

lunedì 27 febbraio 2023

Mini trek nell'isola del mulino Stucky a Venezia

Una camminata urbana consumata dentro l'isola della Giudecca, l'ex insediamento industriale e operaio situato giusto di fronte alla Venezia più congestionata. Da cui è separatissima anche se si trova vicinissima.
Luce bassa sull'ottocentesca architettura industriale dell'ex-mulino Stucky, con il Canale della Giudecca e le Zattere sullo sfondo.
Gli imponenti corpi di fabbrica dell'ex-mulino Stucky (finito di costruire nel 1895). A
piedi si può farne il giro completo, che ci dà l'idea precisa della loro imponenza, opu-
lenta e grandiosa: il trionfo dell'industrialismo ottocentesco e della belle époque.
Basta un braccio di mare, e le mandrie del turismo mordi e fuggi arretrano, o forse scompaiono.
Restano solo gli abitanti, lavoratori e anziani, in questo isolone di fronte alla Riva degli Schiavoni, che i veneziani hanno sempre saputo essere cosa ben diversa rispetto dal tessuto sociale del centro; tra i capannoni delle manifatture e le loro attrezzature attorno a Sacca Fisola abitavano solo piccoli pescatori, operai e sottoproletari.
Dall'imbarcadero del mulino Stucky verso la veneziana Fondamenta delle Zattere,
al di là del Canale della Giudecca. Ma qui è tutta un'altra dimensione...
👉Nemmeno gli arkistar più radical-chic sono riusciti a rovesciare questa storica, ovvia e naturale distinzione fra il centro storico e  la Giudecca-Sacca Fisola: solo loro, sempre foraggiati con soldi pubblici, hanno potuto fingere di crederci davvero, ma la pretesa scommessa dell'archeologia industriale che drena i soldi della globalizzazione è andata buca: tanto fumo e poco arrosto, come si dice.
👉I veneziani veraci lo sapevano da sempre: alla Giudecca il radical-chic non attecchisce e quindi non campa; nessuno se lo rimira, lo guarda e lo invidia: non è un vero ricco, ma un "peocio refàto" sul tipo del mafioso russo, dell'evasore italico, del traffichino globalista. I nuovi ricchi.

lunedì 9 gennaio 2023

Tra i banchetti delle erbarìe nella Venezia minore

La città dipende dall'entroterra per il rifornimento quotidiano "delle erbe" e proprio le erbarìe possono fare da tappe in un trek urbano fra bacari e cicheti e vinarìe dove il vino si spilla ancora dalle damigiane.
ponte dei pugni
Oltre al mercato grande di Rialto, ci sono i banchetti piazzati nei campi dei sestieri più popolari, come Dorsoduro o Castello, alcuni dei quali sono ospitati su bragozzi ancorati alle rive (qui quello al Ponte dei Pugni, gennaio 2020, giusto ante-Covid).


erbaria san marco
Erbaria a margine del grande Mercato di Rialto. I piccoli banchetti del verduraio (del frutariòl) fanno parte delle tradizioni più profonde della Venezia popolare, assieme ai bacari e cicheti e ai rivenditori di vino in damigiana.

erbaria
Un'erbarìa ritratta da Stefano Novo (1862-1927). I banchetti delle erbarie fanno parte della Venezia minore, o "sconta" (nascosta, trascurata dai grandi flussi turistici) e in fondo non sono cambiati molto...

martedì 29 novembre 2022

I bacari veneziani 2.0 (quelli del 3° millennio)

I bacari veneziani hanno ormai cambiato pelle. "Vi dirò una cosa: ce n'era uno rimasto fino a due anni fa. Si trovava a Burano, in piazza e si chiamava Togliatti". E anche a Venezia se ne ricordano ancora.
bacari
Al bacaro si consuma in piedi: bicchiere di vino e stuzzichino. Un banco di mescita
non più largo di un Fiat Ducato affacciato sulla pubblica via, ed é tutto qui.
"Era il circolo (e indovina un po'?) del partito comunista. E non sono sicuro che vi sarebbe piaciuto: i tavoli erano quelli brutti di metallo di una volta ed erano sempre occupati da vecchietti poco fotogenici. Il cicchetto più comune era il mezzo uovo con l'acciughetta e poi c'erano i cubetti di formaggio con lo stecchino e forse gli anelli di calamaro fritti, sempre con lo stecchino. La carta dei vini non serviva, perchè l'ombra era solo dal bottiglione tappo a vite, da due litri,
bacari
Il bacaro della Rivetta nel 2016, ben prima del Coronavirus. Bacaro vero, dove al-
lora sì che si consumava rigorosamente in piedi e all'aperto (=fuori, sulla strada). 
preso da sotto il bancone. Ora l'hanno chiuso e ne faranno sicuramente uno 'originale'"
.
Qualcuno fa il suo mestiere senza infamia e senza lode: "I ragazzi dee Do Spade sono simpatici, ma somigliano più ai barman di un disco pub, che all'oste del Togliatti".
👉E la citazione di questo piccato veneziano cade a puntino, perchè ci ricorda che i veri bacari di Venezia c'erano fino a vent'anni fa, ma ora non ci sono più. 
bacari
La versione web dei bacari é altra cosa: tra i più citati ce n'é uno che in realtà é un tourist-mirror, tanto che non riesce più a convincere neppure i suoi ben disposti recensori. Niente di strano, é la stessa mutazione subita dalle storiche birrerie sudtirolesi, dove oggi si rischia di trovare più facilmente la pizza o il branzino che non i canerderli o lo zwiebelrostbraten.



venerdì 26 novembre 2021

Il Ponte de le Maravegie a Dorsoduro (Venezia)

E' uno dei tre luoghi della malinconia di cui parla Hugo Pratt all’inizio della “Corte Sconta detta Arcana e alla fine della “Favola di Venezia“...
Sono gli angoli remoti che più di altri sembrano magici; il primo é il Ponte delle Maravegie lungo i percorsi pedonali che dal Ponte dell’Accademia vanno verso la Toletta, il secondo é la nascosta Calle dei Marrani e il terzo é la Calle dell'Amor degli Amici nel Sestiere di San Polo. Hugo Pratt ne parla all'inizio de "Corte Sconta detta Arcana" e noi siamo qui, sulle sue tracce...


Deve il suo nome alla famiglia Maraviglia che proprio lì risiedeva. Il Lorenzetti riferi-
sce nella sua famosa guida di una Belisandra Maraviglia eroicamente caduta nella
guerra contro i Turchi del 1570. E' a due passi dallo Squero di San Trovaso.
Tradotto dal dialetto veneziano, vuol dire proprio “ponte delle meraviglie” e deriva il nome dalla famiglia Maraviglia.
👉Secondo la leggenda il ponte sarebbe comparso in maniera miracolosa durante la notte: una certa mattina si sarebbe scoperto che i materiali preparati per la sua costruzione si erano miracolosamente trasformati e al loro posto il ponte faceva bella mostra di sè senza che nessuno avesse dovuto metterci mano durante la notte.