Sbattuta fuori dal Vittoriale il giorno stesso della morte di Gabriele (1 marzo 1938), Luisa Baccara fissò la sua ultima dimora a Venezia.
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| A sbatterla fuori fu l'architetto Giancarlo Maroni, che al Vittoriale agiva di concerto con il prefetto Rizzi, messo lì da Mussolini per tenere sotto controllo l'imprevedibile D'Annunzio. Lei si rifugiò qui, nella casa paterna che aveva lasciato quando era una giovane pianista di grande successo per seguire D'Annunzio a Fiume e poi anche al Vittoriale. La Baccara morì in questa casa nel 1985. |
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| Nel web si trovano diverse informazioni sull'isolato pedonale dei Nomboli, che gra- vita attorno al Rio Terà dei Nomboli, molto centrale eppur appartato e tranquillo. In basso a destra la Calle Amor dei Amici, una calle di San Tomà resa famosa dai fu- metti del grade Hugo Pratt. Il creatore di "Corto Maltese" è stato anche un cultore e gran conoscitore di quella "Venezia sconta" che traspariva dai suoi fumetti. Angoli e scorci che facevano parte delle sue frequentazioni abituali. |
👉Assieme alla Baccara venne sbattuta fuori su due piedi anche Aelis, la multiforme governante tuttofare che rappresentava la "seconda gamba" del duo femminile ospitato in pianta stabile nelle segrete stanze della Clausura, l'ala che nella Prioria dannunziana veniva riservata a queste due donne speciali di rango superiore alle infinite "badesse di passaggio" che allietarono D'Annunzio.
👉Luisa Baccara si rifugiò a Venezia. Insieme al padre ottantenne abitò la sua casa di Campo San Tomà, (al civico 2705/9 del Sestriere di San Polo, nel centro geografico della città). Gli ultimi anni al Vittoriale non erano stati facili per lei.
Testo dell'intervista a Luisa Baccare (dal settimanale "IL TEMPO", 25 Marzo 1950):
"Da quando se ne venne via dal Vittoriale, Luisa Baccara ha fissato la sua dimora a Venezia, e, insieme al padre ottantenne, abita la sua casa di San Tomà, un isolato cinto da un rio che piega verso i Frari. È lei stessa che mi viene ad aprire la porta: snella, vestita di velluto nero, con una cappa di volpi grigie sulle spalle, e, alle orecchie le sue enormi e inseparabili perle "fantasia". Il salotto è arredato con semplicità: un pianoforte a coda che occupa metà dello spazio è coperto da un damasco verdolino a disegni dorati, tratti da lei stessa da un pavimento del 1200; un divano da cui balza un gattone grigio che infila la porta; una cassapanca; quadri alle pareti, tra cui il Dante Adriaticus di De Carolis che figurava nel palazzo della Reggenza a Fiume, fazzoletti incorniciati col motto delle imprese e infiniti ritratti di d'Annunzio, con dedica. Luisa Baccara ce l'ha anche coi biografi: "Si è fatto tanto pettegolezzo sulla vita di d'Annunzio, sulle sue relazioni, sulle sue cinquecento camicie, i suoi sperperi, le sue bizzarrie, i suoi debiti, la sua manìa di grandezza: si è attinto a piene mani alle cose scandalistiche che, se anche vere, non sono tutta la verità. Egli sapeva essere, era anche estremamente semplice". È restìa a parlare di lui, e lo chiama sempre il Comandante: "Il Comandante non ha mai voluto che mi tingessi e mi tagliassi i capelli... era sempre il Comandante che sceglieva la musica che io dovevo eseguire al Vittoriale. Sì, questo anello che porto sempre è un anello del Comandante ". È un rubino tagliato a cuore in cui affonda il rostro di un'aquila.
"Avvertii subito dal primo momento ", confessa, "Che tutto veniva scompaginato nella mia vita". Era un uomo che affascinava, a parte la suggestione che poteva venire dalla sua fama. C'era in lui una volontà di piacere a tutti i costi, ma non per vanità, quanto per il desiderio di sentirsi amato dai più grandi e dai più umili". Le tante visite femminili che il poeta riceveva, Luisa Baccara non le ignorava, ma non ne teneva eccessivamente conto ed è pronta a rendere ragione anche di queste. Venivano da lui donne raffinatissime e donne incolte: attrici, scrittrici, avventuriere, donne sensualmente curiose e donne che cercavano semplicemente un interesse personale. Egli, si sa, le trasformava in una specie di idoli con tuniche, cappe, monili, acconciature, profumi; manichini per la sua produzione artistica, che, più di qualche volta, venivano dimenticate affatto prigioniere in qualche stanza della foresteria, cibate, calzate, vestite, e tutte in attesa che il Poeta si facesse vivo. Ma su tutto questo, Luisa Baccara non vuol soffermarsi: "È pettegolezzo" dice.
Veniva anche la principessa di Montenevoso, dritta, altèra, il profilo alla francese, i capelli ostinatamente biondi, tutta scatti e nervi come un purosangue. Pur mostrandosi gentile con la Baccara era gelosa della sua presenza, masticava amaro. Caro al ricordo della Baccara è invece il suo ricordo della Duse. La Duse desiderava conoscere da molto tempo la signora del Vittoriale di cui tante volte d'Annunzio le aveva parlato. La Baccara si preparò per la visita. Quando la Duse venne annunciata, lasciò che d'Annunzio le andasse incontro, e lei rimase in attesa di essere chiamata. Dalla stanza accanto alla "Camerata di Gasparo", dove il Poeta e la grande attrice si trattenevano, Luisa udì la voce e il riso di Eleonora:" Un riso così fresco e una voce così giovanile, che non facevano assolutamente supporre ad una donna vecchia". Quando la Baccara entrò, la Duse le si avvicinò, volle abbracciarla. Era alla vigilia di partire per l'America: vestita di nero, con un gran cappello nero sui capelli bianchissimi: più che settantenne. La Duse si sedette su un divano, volle il Comandante e la Baccara vicini, uno di qua e uno di là, e parlarono tutti e tre a lungo. Quando si congedò, la Baccara le offrì un mazzo di rose bianche colte dai giardini del Vittoriale. Gli occhi dell'attrice si inumidirono: fissò un momento la giovane donna, poi si rivolse al Poeta: "Devi volerle bene", disse; " Non solo per tutto quello che lei vale, ma perché LA XE VENEZIANA".
Di tutti i vent'anni trascorsi accanto a d'Annunzio, Luisa Baccara sembra ormai voler ricordare solo ciò che fu per lei consolazione e dolcezza, e scartare quanto la potè amareggiare. Fu lei la prima ad accorrere vicino a lui quando la morte lo colse sul tavolo di lavoro. Ma subito dopo, ella si chiuse nelle sue stanze. Non partecipò alla veglia funebre dov'era presente la vedova: non fu vista nei corteo tutto labari, divise, gagliardetti, gramaglie: nessun giornale fece il suo nome. Dal Vittoriale dove aveva vissuto per tanti anni e dove ormai non valeva la pena di restare lottando con chi le contendeva quel posto, se ne venne via col suo semplice corredo personale, le vesti di velluto e di laminato con cui si era seduta al pianoforte, i ricordi più cari; e non le fu faticoso rientrare nella sua modesta vita borghese della casa di San Tomà.
Oggi anche per lei, la vita è dura: e ha dovuto riprendere lezioni di pianoforte. Quando sono entrata, stava appunto congedando un'allieva. Adesso sospinge il carrello del tè, affetta un dolce fatto con le sue mani vigorose, aspre, non belle nel senso classico della parola, ma di una struttura formidabile. D'Annunzio fece di loro una lunga descrizione nel suo "Ritratto di Luisa Baccara ".
"Non ha mai pensato, signora, di riprendere la sua carriera di concertista?"
"Ebbi molte offerte dall'america. Altre ne ho avute anche di recente in Italia. Ma non è possibile. Come potrei fare? Ho mio padre che ha ottantasette anni e che è l'unica persona che mi rimane. Non potrei assolutamente separarmi da lui". Rimane un poco perplessa, poi soggiunge: " Qualcuno ha trovato naturale di meravigliarsi perché, durante il mio soggiorno al Vittoriale, non seppi provvedere alla mia vita futura. Per poco non mi si è dato della sciocca, della poco furba. Gente che di me, naturalmente, ha capito ben poco o nulla".
"Ma il Comandante non aveva pensato...".
"Il Comandante diceva spesso: Bisogna pensare a Luisa. Desiderava sempre di farlo. Nello stesso tempo egli lo riteneva superfluo, perché era certo che si sarebbe rispettato il mio posto, là dentro. Ma ciò non ha importanza ".
Accanto alla libreria, sfogliando i volumi del Poeta nella loro magnifica edizione originale, mi dice: "Il Comandante ripeteva sempre che solo tra cento anni la sua fama avrebbe avuto una valutazione esatta; e che undici opere sue, egli avrebbe, in ogni evenienza, salvate".
"E lei signora, non ha mai pensato di scrivere le sue memorie? "
"Oh sì! Tante volte! Ma anche per questo occorre quiete, occorre tempo".
Malgrado la grande attività della sua giornata e il bene che qui a Venezia le vogliono, in lei c'è un enorme vuoto e una grande solitudine, confessa. "Pure lo rifarei", dice come tra sè. Poi si volta repentinamente, e mi sgrana in faccia i suoi occhi nerissimi: " Ma lei, non le dirà mica tutte queste cose? Lei è una giornalista", sembra ricordare improvvisamente. "E invece io ho inteso dirle ad un'amica, tutte queste cose".
"Grazie; ma facciamo conto che lei le abbia dette a una giornalista amica".


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