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martedì 30 ottobre 2018

Ottobre 2018: un maltempo da ricordare...

La notte di lunedì 29 ottobre 2018 era piovuto a lungo, ma certe sventate non me le aspettavo proprio. E mi è anche andata bene, perchè qua intorno i danni sono stati ben peggiori...
marter 2018
Una tegola del colmo del tetto portata via dal vento e l'orto strapazzato di brutto, e nient'altro di veramente tosto. Ma due fra le vecchie tuie della recinzione sono state semplicemente "spianate" dal vento. Ossia sradicate. Provvederemo di motosega...

sabato 1 ottobre 2016

Temporale sulla Palla Bianca

A proposito di toponimi farlocchi e di vizi tàliani in terra sudtirolese (dove si vede  come documentarsi nel cortile di casa non aiuta, ma spinge a prendere per buoni gli abbagli altrui).
Nel caso della Weisskugel il fantasioso Ettore Tolomei per una volta non s'era lasciato andare a traduzioni "ad minchiam". Si era attenuto ai significati letterali (Weiss=bianco, Kugel=palla). Il toponimo italiano è stato poi adottato dalla cartografia ufficiale I.G.M. e da lì è atterrato nelle attuali cartine, anche quelle in lingua tedesca.
Ma una parte della pubblicistica in lingua italiana ha successivamente accreditato la bislacca teoria secondo la quale "palla" andrebbe in realtà intesa come pala ossia come pala d'altare, cosa che (legittimamente) avviene nel caso della Pala di San Martino, ma non certo qui. Nella foto si vede lo stato della via di salita nel 1994 osservata dallo Hintereisjoch/Giogo della Vedretta (hinter=bassa).
Una guida alpinistica compilata in Trentino non è sempre affidabile quando si avventura nelle "terre incognite" sopra Salorno.
A fidarsene troppo si rischiano figuracce (è solo una bonaria tirata d'orecchie al vecchio Gigi, che per essersene troppo fidato così scriveva nel 2005):
"Il vecchio amico Fausto è riuscito a convincermi ad uscire dal Trentino, per visitare una montagna Sud Tirolese nelle Alpi Venoste di Levante (Ötztaler Alpen). Naturalmente ha scelto la più alta, infatti, vuole salire la Pala Bianca di 3.739 metri. Sulle prime ho cercato di convincerlo a scegliere qualcosa di più comodo e meno impegnativo,

giovedì 27 novembre 2014

Ilmenspitze e indigeni fracassoni

Non sono le cime più importanti che rimangono nella memoria. A lasciare il segno sono piuttosto piccoli episodi, momenti minori che si fanno ricordare anche dopo anni.

Il Bivacco Val si trova nelle Maddalene, sul versante noneso della Cima dei Olmi,
che sarebbe poi la tedesca Ilmenspitze. La sera prima della salita, mentre fumiamo
tabacco Amphora davanti al fuoco.
Ci ripenso dopo aver ricevuto una mail che parla del Bivacco Val, nelle Maddalene. Dice che ora, dopo la ristrutturazione del 2008, non c'è più la stufa, quella che faceva compagnia nelle serate invernali...
Della stufa non ho memoria, ricordo invece il camino dove abbiamo passato una notte invernale fumando la pipa.
Ciaspando nell'archivio ritrovo una vecchia foto scattata proprio davanti a quel camino. Ricordo distintamente il fuoco,  la luce, gli odori e tutto il resto, compresa

martedì 29 marzo 2011

Con le ciaspole al Bivacco Gabler

Tragicomica avventura notturna dentro quello che sarebbe dovuto essere un bivacco. Vatti a fidare delle info stampate sulle guide...
Vedi le altre foto in Google Foto.
La Plose è la montagna di Bressanone-Brixen. Anche se è piena di impianti di sci e proprio in cima c'è il Rifugio Plose, rimane una meta ambita per gli amanti delle vedute a 360°. Senza contare che basta allontanarsi di poco lungo i percorsi di cresta per arrivare in luoghi più tranquilli. Il Monte Forca Grande-Grosser Gabler (m 2.575) è uno di questi, è la cima più alta del gruppo e la vetta erbosa è impreziosita da un grazioso bivacco in legno. E questa era la nostra meta. Per il resto, godetevi la versione di Gigi...

Uscita brumosa
Quando si va a cercarsele...
L’amico Fausto mi dice di aver scoperto un bivacco sul Grosser Gabler m 2571 nel Lüsner Berge und Peitlerkofelgruppe, cioè i Gruppi Plose e Pùtia nel settore nord-occidentale delle Alpi dolomitiche.
Per la precisione si tratta del Gruppo della Plose che, come recita il testo sacro di A. Gadler “Guida alpinistica escursionistica dell’Alto Adige Orientale”, «… si pone tra le valli d’Isarco, di Éores e Lusón; è formato da rocce scistose e sfaldate, ricoperte da boschi e prati fino alle cime; s’affaccia alla conca di Bressanone (Brixen; N.d.A.) da dove per strade e impianti funiviari (neretto e corsivo sono miei; capirete dopo) si giunge presso le cime maggiori. Termina a sud al Passo di Éores, di fronte al piccolo gruppo delle Odle di Éores ».
Fausto mi assicura aver studiato un percorso che ci permetterà di raggiungere comodamente, con un percorso in cresta e alcuni saliscendi, il nostro bivacco; non più di trecento metri di dislivello. Bei panorami, poco fatica, insomma una pacchia!
Il sabato si parte tardi da Trento, alle 9,30 passate, per via di un mio impegno di lavoro. Raggiunta Brixen, Fausto, come il solito, sbaglia strada (il mio plurilaureato amico ha la strana capacità di riuscire a perdersi in una rotatoria con più di un’uscita; se dovesse affrontare il raccordo anulare di Roma senza un navigatore, non ci sarebbe speranza di ritrovarlo in vita). Rimesso sulla giusta strada, arriviamo al parcheggio, ci prepariamo e raggiungiamo l’impianto di risalita per scoprire che è riservato solo agli sciatori (Tipologia di bipedi che non amo punto; ora ancor meno). Mi viene da pensare che cominciamo male! Dopo un veloce consulto ci avviamo a piedi e tanti saluti al percorso comodo ecc.
Raggiungiamo la Rossalm, un bar-Ristorante con orchestrina tirolese incorporata, dove ci fermiamo quel tanto che basta per bere una birra e permettere al sottoscritto di soddisfare un bisogno fisiologico, urgente e di una certa importanza.
Ripartiamo lasciandoci alle spalle la zona sciistica e ci troviamo in un altro mondo, siamo soli (per fortuna l’homo sciisticus non si allontana mai troppo dalla sua strada ben curata; senza bar, sdraio, ristoranti, funivie, sciovie, seggiovie, cannoni da neve, biglietti giornalieri, materassi imbottiti, reti di protezione, musica ad alto volume che natura sarebbe, o perbacco!).
Ora possiamo vedere il nostro obiettivo: il pacioso Grosser Gabler/M. Forca Grande mentre alla nostra destra le Odle di Éores e le Odle la fanno da padrone. Il panorama è bello nonostante il tempo inizi a cambiare e brutti nuvoloni percorrono il cielo di buona lena.
Purtroppo siamo costretti a mettere le ciaspole, che si rivelano però di poco aiuto, infatti, la neve dura e crostosa in superficie sotto è “marcia”, così che spesso e volentieri troviamo tratti dove sprofondiamo (c’è ancora un buon metro di coltre bianca). Mi viene da pensare che sia una giornata un tantino negativa.
Tant’è procediamo impavidi (tanto o si torna indietro o si prende ciò che passa il convento) e riusciamo a superare un lungo traverso sul ripido fianco sud/ovest del Grosser Gabler, dove attraversiamo una piccola slavina, che si rivela essere il tratto più comodo per procedere.
Arriviamo cosi sulla dorsale sud/est del Gabler e iniziamo quella che si rivela ben presto una faticosa salita. Nonostante si cerchi di stare sulle tracce di precedenti escursionisti non c’è nulla da fare, ogni tanto ecco la ciaspola affondare e tramutarsi in un ostinato e brigoso intoppo. Come se non bastasse il tempo ormai è volto sicuramente al brutto e un vento gelido spazza la dorsale. Mi viene da pensare che fosse meglio starsene in casa.
Finalmente arriviamo in vista della croce di vetta (chissà perché i cattolici non riescono a godere della bellezza di una cima creata dal loro Dio, senza esimersi dal piazzar lì quel tremendo simbolo di morte) e del sottostante bivacco. Fausto si ferma mentre io raggiungo la cima, nonostante la stanchezza, per fare alcune foto e guardarmi intorno; il panorama a causa del tempo lascia molto a desiderare, ma pazienza.
Raggiungo il mio compagno d’avventura entrando nel bivacco e oplà! È con enorme piacere che scopro un piccolo locale con un tavolo e tre panche attaccate alle pareti e null’altro, maledizione!! Speravo in qualcosa di meglio, non dico un bel materasso con un soffice piumino, mi bastava una rete metallica. Mi viene da pensare di prender Fausto e buttarlo fuori al gelo e al vento; però sono troppo stanco.
Fausto, come me è stanchissimo, infreddolito e senza alcun appetito; io sono nelle stesse condizioni, a parte l’appetito che non è molto ma una birra e un panino con la mortadella lo butto giù.
E ancora presto ma non ci rimane che organizzarci per la notte. Dormire per terra è da escludere, non tanto per l’igiene, quanto per il freddo e l’umidità; non restano che le panche. A quel feral pensiero la mia schiena già si fece dolorante, mica mi capitava trent’anni fa!
Mi faccio due conti: la panca è larga quanto il mio didietro (il che non vuole dire che sia stretta, è il mio didietro che è largo), sicuramente sarò costretto a girarmi e rigirarmi tutta notte per cercare di evitare posture alla fine doloranti, imbozzolato nel sacco a pelo tutto ciò diventa arduo di per sé, ma anche a rischio ruzzoloni, che fare? Risolvo il problema, dopo il suggerimento dell’amico Fausto, piegando il tavolo di lato così il suo piano mi fa da sponda salvandomi da eventuali cadute.
La notte è lunghissima, un centinaio di ore credo, intervallate da dolori vari ed anche una fantozziana e tragica uscita notturna, dovuta all’improcrastinabile bisogno di vuotare la vescica. Freddo birbone, vento, e nevischio, credo bene che ho avuto problemi a trovare il mio pezzo anatomico sotto la cintola, mica voleva mettere la testa fuori!
La mattina dopo alle sei siamo pronti per il ritorno, fuori non si vede un ciufolo, nebbia uniforme, bella, umida e grigia nonostante il vento. Si era pensato di provare a scendere dal versante nord/ovest, più scabroso ma che ci permetterebbe un rientro più breve, ma con questa nebbia sarebbe un azzardo per cui gambe in spalla e via. Torniamo accompagnati da neve ghiacciata, ebbene sì la pioggia non ce la siamo permessa, non si può avere tutto. Mi viene da pensare che la nostra è stata proprio un’idea peregrina! Speriamo bene la prossima volta.

venerdì 1 ottobre 2010

Di furbi così la mamma non ne fa più! (Malga Fornasa Alta nei Lagorai)

Un Bollettino SAT del 2008 annunciava l'avvenuta ristrutturazione della Malga Fornasa Alta (siamo nei Lagorai, a quota 1892) e la sua destinazione a bivacco escursionistico sempre aperto.

Meglio su una panca stretta che per terra, sull'umido!
Tra l'altro questo meraviglioso bivacco ha anche una fontana
esterna (e anche un barbecue che nella foto non si vede).
Detto fatto. Con Gigi ci arriviamo nel tardo pomeriggio. E' un edificio in pietra e legno a due piani, perfettamente tirato a nuovo. Lavori fatti bene e senza risparmio. Al momento di entrare vediamo che non c'è una maniglia vera e propria e che tre dita in basso fa bella mostra di sè il cerchio di ottone di una moderna serratura Yale. Non sarà mica chiusa a chiave? Spingiamo, ma sentiamo solo il clock-clock del gioco del battente. Riproviamo, spingiamo ancora, ma l'uscio rimane chiuso. Proviamo anche, per scrupolo, a tirare verso l'esterno facendo presa su un arco di legno molto "country", ma la porta ci risponde con il solito clock-clock.
👉Che fare? Ormai è buio e di tornare indietro non abbiamo voglia. Ci sistemiamo alla meglio con i sacchi a pelo su certe panche che, addossate alla malga, ci ripareranno dalla rugiada. Per fortuna la notte è limpida e secca. L'indomani mattina, scendendo a valle incontriamo un tale di Fornace che aveva partecipato alla ristrutturazione. Ci ascolta e sorride: "Bisogna tirar, no spìnzer, i lo sa tuti che la porta l'è un po' sgherla e la fa resistenza!".
👉Mi vergogno come un cane, giro i piedi a valle e vado. Vado, vado, e nella testa mi risuona una vecchia nenia: "Bei come noi la mama no ne fa pù, s'è rota la machineta, s'è rota la machineta....".