martedì 29 novembre 2016

Il vecchio Rifugio Genova (Schlüterhütte) nelle Odle

E' lì dal lontano 4 agosto 1898 e da quel tempo antico ha conservato sostanzialmente integro il suo aspetto. Speriamo che non cambi.
Schlüterhütte Rifugio Genova
Franz Schlüter, il ricco commerciante germanico che finanziò la costruzione. In bas-
so a sinistra il rifugio come appariva nel 1907, poco prima dell'ampliamento.
Ha subito un unico ingrandimento quando era ancora molto "giovane", nel 1908, e da allora è dotato an- che di acqua corrente ed elettricità.
Si trova sui prati alti del Kreuzko-feljoch/Passo di Poma, dove Val di Funes e Val Badia si toccano.
Schlüterhütte Rifugio Genova
Le sistemazioni interne mantengono l'elegante atmosfera delle origini e il locale
invernale è perfino dotato di lampadine: assieme all'acqua corrente l'elettricità era
arrivata fin quassù già nel lontano 1908. In basso gli Schmarren egli Spiegeleier,
due bei piatti della tradizione, sui tavoli del rifugio.
L'idea era venuta all'alpinista austroungarico Jochann Santner (che aveva legato il suo nome alla Punta Santner dello Sciliar) ma la sua realizzazione è dovuta al ricco commerciante di Dresda Franz Schlüter che rimase affascinato dalla bellezza del gruppo delle
Odle.
I lavori furono affidati a tale Richard Neisse; inaugurato il 4 agosto 1898 il rifugio fu subito donato dallo Schlüter alla sezione dell'Alpenverein di Dresda, la città tedesca sul fiume Elba.
Schlüterhütte Rifugio Genova
Gli arredi, seppur rinnovati, mantengono il loro aspetto e reggono il confronto con
quelli (da vedere!) dell'ormai ex-rifugio "Ettore Castiglioni alla Marmolada" (che è
stato purtroppo trasformato in albergo raggiungibile in auto.
Dopo la prima guerra mondiale il rifugio passò nelle mani del Demanio Militare italiano, che lo passò a sua volta al CAI della sezione di Genova. Finita anche la seconda guerra mondiale il rifugio passò alla sezione CAI di Bressanone, che ha provveduto negli anni a migliorarne la struttura ed efficienza.

Cenni storici
Il Commerciante Franz Schlüter
Schlüterhütte Rifugio Genova
Di solitoci si arriva dalla Val di Funes dopo aver lasciato l'auto ai parcheggi di Malga Zannes. Però ci si può arrivare anche salendo dal Passo delle Erbe fino alla Peitlerscharte/Forcella de Putia, che si trova praticamente sotto il cupolone sommitale del Sass da Putia e a breve distanza dal rifugio (ed è un'alternativa un po' più "montagnina".
Nell’anno 1896 il ricco commerciante di Dresda acquistò da un agricoltore di S. Maddalena un appezzamento di terreno sull’Alpe di Caseril, a quota 2301 e diede inizio alla realizzazione della struttura. La posizione era stata ponderata e prescelta su parere di alcuni alpinisti, in particolare del grande alpinista di Bolzano, Johann Santner, profondo conoscitore della zona, che naturalmente aveva valutato anche gli aspetti della sicurezza e delle comunicazioni con le valli limitrofe. Il 4 agosto 1898 il rifugio, denominato Schlüterhütte, fu inaugurato alla presenza di numerosi ospiti e valligiani e del Parroco di Funes. lI 6 agosto ebbe luogo l’inaugurazione ufficiale alla presenza delle Autorità e invitati, nel corso della quale, l’edificio fu donato alla sezione di Dresda del Deutscher und Österreichischer Alpenverein, rappresentata dal presidente e fondatore, il Giudice Adolf Munkel.

sabato 26 novembre 2016

Mangiare in bivacco: le scatolette di tonno.

Finiscono nello zaino quando si va per bivacchi, soprattutto in quelli alpinistici, così essenziali e spartani, con gli spazi ridotti all'osso e in più senz'acqua e senza fuoco: nove posti letto e un tavolino nel volume di un furgoncino. E' qui che "lo scatolato" vince a mani basse. 
scatolette e bivacco alpinistico
Qualche cappero e un po' di cipolla migliorano la resa molto più della differenza
di prezzo. A sinistra vediamo il bivacco "Mario Rigatti" nel Latemar, che è un per-
fetto esempio di bivacco alpinistico "tipo Apollonio" e habitat ideale per le scato-
lette e le barrette.
E se tutte le scatole sembrano uguali, i prezzi possono essere diversi.
● Tonno Coop (10 Euro al chilo):  è della specie Thunnus Albacares pescato negli oceani Pacifico, Indiano e Atlantico e inscatolato a Trapani. Ingredienti dichiarati: olio di oliva e sale. Peso sgocciolato 156 grammi (0,01 Euro al grammo).
● Tonno Consorcio (30 Euro al chilo): è della specie Thunnus Albacares ma non dice dove è stato pescato, nè dove è stato inscatolato. Ingredienti dichiarati: olio di oliva e sale. Peso sgocciolato 132 grammi (0,03 Euro al grammo).

domenica 20 novembre 2016

I tre baiti della Valsorda sopra Forno (Latemar)

Tra sentieri spazzati via, piedi bagnati e baiti essenziali, lungo la stretta Valsorda che col suo Canal de le Bore portava da Forno all'anfiteatro del Latemar.
Bivacco Malga Valsorda
Il bivacco Malga Valsorda è dotato di fontana esterna, legna e punto fuoco all'interno, tavolo e panca. Ha però un unico posto su tavolato senza materasso nè coperte. Il sottostante bivacco Baita Valsorda è dotato di acqua esterna, tavolo con panche, fornasela e quattro posti letto su tavolato senza materassi, il punto fuoco è posto in un gabbiotto separato che funge anche da legnaia. Infine il Baito di Praconè, ha due posti letto su tavolato senza materassi, punto fuoco interno con tavolo e panche e niente acqua.

Bivacco Malga Valsorda
Le intemperanze del Rio Valsorda hanno trasformato lo stretto intaglio della valletta
e spazzato via gran parte dell'antico Canal de le Bore. Per arrivare al bivacco Malga
Valsorda si sono resi necessari ben 4 guadi (in primavera saranno peggiori).
Vedi le altre foto in Google Photo.
Stretta e impervia, la Valsorda si incunea nell'an-fiteatro del Latemar risalendola da Sud. E' il percorso obbligato per chi vuole salire all'anfiteatro del Latemar dalla Val di Fiemme e non si fa fa spaventare dai dislivelli "tutti in un colpo". Quello di oggi è solo un giro esplorativo: vogliamo capire se i tre baiti forestali della Magnifica Comunità di Fiemme individuati sulla carta sono "dormibili" e "cucinabili" oppure no.
GPS Bivacco Malga Valsorda
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
Ben presto, appena sopra il parcheggio ricavato dopo l'ultima casa di Forno, ci accorgiamo che le botte d'acqua delle ultime stagioni hanno pesantemente segnato lo stretto fondovalle, provocando smottamenti importanti e cadute di grossi massi, addirittura cambiandone in alcuni tratti la conformazione.Hanno distrutto anche uno degli ultimi "canai de le bore" le canalette selciate che guidavano a valle i tronchi comportandosi come piste da bob. Questo arrivava fino alle porte di Forni.
Ne sono sopravvissuti solo

mercoledì 16 novembre 2016

Cima Mughera (Alpi Ledrensi)

Facile e panoramica escursione con breve e panoramico anello in quota sopra la sponda bresciana del Lago di Garda.
Cima Mughera
Da Cima Mughera il Lago di Garda sembra quasi un fiordo norvegese, ma clima e atmosfere sono mediterranee. Sulla sinistra la lunga catena del Baldo, a destra le Alpi di Ledro, che nascondono mete e cime fuori mano ma molto remunerative: tra le altre il Monte Misone, il Corno di Pichea, Cima Parì, Cima Nara e le altre cime sopra Pregasina, Cima Rocca sopra Riva.
Cima Mughera
Dal Passo di Guil inizia un simpatico e rilassante anello panoramico che si
muove in quota, sempre in falso piano sul filo dei 1.200 metri.
Vedi le altre foto in Google Photo.
Abbiamo preferito farcela a piedi, pestando sul cemento della forestale che sale da Prè di Ledro fino all'antico insediamento di Sant'Antonio, uno slargo prativo molto appartato e poco conosciuto, un tempo certamente più abitato e vivo di oggi.
Ma questo pezzo si può anche saltare - come fanno i locali - salire in macchina e affidarci agli scarponi solo da Sant'Antonio in sù.Si risparmiano 400 metri di disli-vello ma ci si perde un bosco
GPS Cima Mughera
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
di faggio veramente suggestivo.
Comunque, una volta conquistato(si fa per dire) il Passo di Guil, l'atmosfera cambia e dal Trentino minore, paesano, marginale e dimenticato, si scollina sui panorami del "Gardasee" che fanno impazzire i teutonici.
Siamo a mille metri sulle acque, con temperature e sensazioni mediterranee.
D'autunno e d'inverno qui ci sono solo loro, non i cugini sudtirolesi, ma gli hochdeutsch che sembrano cercare qui, nel terso millennio del biker, surfer e climber, lo stesso

sabato 12 novembre 2016

Rifugio Pordenone in Val Cimoliana (Friuli)

Una domenica di pioggia autunnale in Val Cimoliana, con la piccola Jimny, solo per visitare questo vecchio rifugio CAI.
Rifugio Pordenone in Val Cimoliana
Il rifugio Pordenone è il punto d'appoggio obbligato per chi vuole portarsi al Campanile di Val Montanaia. Da qui la storica guglia dolomitica che fa concorrenza al Campanile Basso viene raggiunge senza difficoltà ma con faticosa salita (circa 800 metri sino al bivacco Perugini, che si trova alla sua base in una posizione invidiabile e molto panoramica) seguendo il sentiero CAI 353. Diciamo 2 ore e mezza.
Rifugio Pordenone in Val Cimoliana
Il vecchio rifugio venne inaugurato il 25 maggio 1930. La crescente frequentazione
rese però inadeguata la piccola capanna di tronchi d'albero e quindi il CAI di Por-
denone decise di costruirne uno nuovo in muratura che venne inaugurato l'8 otto-
bre 1961. L'ultimo ampliamento venne effettuato tra il 1971 e il 1972 ed è quello
che vediamo.
Puntata fuori zona e fuori stagione nella remota Val Cimoliana, a pochi chilometri da Erto e Casso, i due paesi della ben nota strage industriale del Vajont.
Rifugio Pordenone in Val Cimoliana
Dal paese di Cimolais ai parcheggi dell'alta Val Cimoliana ci sono tredici chilometri
di stretto asfalto, strada bianca e poi quelli della pista "ghiaionata" che vengono ridi-
segnati dalla ruspa a ogni primavera.
Più che altro una scusa per portare la Jimny a fare una sgroppata e per mostrare a Loredana il paesaggio lunare e quasi canadese dell'alta valle, ai piedi degli imponenti e poco conosciuti gruppi degli Spalti di Toro-Monfalconi.
Sono posti dove è stata scritta la storia alpinistica del primo Nove-cento, ma deltutto ignoti ai turismo di massa. Sfiga o fortuna? La seconda "che hai detto".
Arrivati alla radice delle lunghe ghiaionate torrentizie che stravolgono l'alta valle, mancano solo dieci minuti da dove si lascia l'auto, e a 1.250 metri di quota, c'è il bel rifugio Pordenone, appollaiato su uno sbalzo boscoso che lo difende dalle acque.
Vale la pena di spingersi fin qui anche solo per visitarlo, con quella sua aria d'antan, retrò e tuttavia viva e ruspante che qui in Trentino è diventata ormai rara. Insomma, direi proprio che vale un viaggio.

martedì 8 novembre 2016

Groste de polenta

Con l'autunno arrivava la stagione dei piatti sostanziosi, quelli che annunciano l'imminente inverno. Polenta e coniglio erano un lusso domenicale, e non per tutti (ma con la polenta c'erano anche altre possibilità).
polenta, crauti, luganega, fasoi en bronzon, formai
Il paiolo della polenta introduceva all'hard-core della cucina della nonna,
che era fatta di piatti sostanziosi: i fasoi en bronzòn, il carrè di maiale,
le luganeghe coi crauti, tra gli altri. Ma era la polenta a comparire più
spesso in tavola, fatta in cento modi diversi: polenta e latte, con le patate
saltade, coi ovi e patate, col formai de malga, eccetera. 
Le famiglie col cacciatore in casa avevano una possibilità in più perchè la lepre o il capriolo potevano arrivare fin sui deschi più umili.
Era un bel vantaggio che gli ultimi delle terre alte avevano sugli ultimi di città.
Per i bambini seguiva, a margine, la festa delle groste de polenta, ore fatte di cibo e divertimento, come ci ricordano i versi del rivàno Cornelio Galas.

"Ah, la scominziéva prima de mezdì la festa. 
Perchè i tòchi de cunèl i era en padèla zà dopo colaziom. E drio mam (no gh’era quela pronta, zac e tac de ades) se tacheva sora la fornèla (Cornelio, va zò a tòrme do stéle) el paròl de la polenta.
De colp, en tuta la cà te sentivi sti dó profumi.
Quel del cunèl che 'l rosoléva col so spìch, la salvia e bàche de zinèver.
Quel de la farina Zalda, da misciar (svelto che se no se fà i petolòti).
Te magnévi col nàs prima che cola bóca.
Finì la carne: via col pòcio e se vanzéva polenta ma finìva el rèst. Gh’era semper el formai gratà da méterghe sora come fussa zucher a velo.
Ma la storia no la finiva lì.
El parol el finiva sul pontesèl se spetéva che se sechés tut. 
E pò via, de nare, svèlti demò la gara coi cortèi a ciapar quele groste salàe che le te féva nar for da mat come adès le patatine." (testo di Cornelio Galas, tratto da Facebook)

sabato 29 ottobre 2016

Il Lagazuoi preso da dietro (Dolomiti)

Per scampare la congestione della funivia del Falzarego ci eravamo portati al contiguo e trascurato Passo di Valparola, perchè pensavamo che...
La prima guerra mondiale l'ha trasformato in una groviera traforata dai martelli pneumatici, l'industria dello sci in uno hot-spot edonistico che produce sovraffollamento. Il panorama rimane comunque eccezionale: Tofane, Sorapis, Antelao, Piz Boè, Piz da Cir, Puez-Gardenaccia, Sassongher, Sass da Putia, Averau-Nuvolao, Col di Lana, eccetera.
Il primo presidente di Dolomiti Unesco si inorgogliva: "dobbiamo portare più in
alto possibile più gente possibile".
Vedi le altre foto in Google Photo.
...siccome passando dalla Forcella Selares si può arrivare alla conca prativa dell'ex-Malga di Lagazuoi (da diversi anni "Rifugio Scotoni") ed evitare così l'affollamento del parcheggio a fianco del Rio Sarè.
Ci sono un guadagno e una perdita di quota da affrontare, ma l'ambiente vario e la bella giornata agostana non le fanno pesare.
Poi, dal rifugio il sentiero si inerpica poi fino all'anfiteatro roccioso di Forcella Lagazuoi, e qui cominciano i guai.
Oltre al "never on sunday" di certe salite dolomitiche ci sono ormai anche i "never
on summer " di interi territori strapazzati da orde consumistiche che non sempre
(cioè quasi mai) sembrano rendersi conto di dove sono. E prenderle da dietro non
sempre basta a scansarle...
Scarica la traccia GPS da Wikiloc.
La salitina finale al becco del Lagazuoi (dove ci sono la funivia e il rifugio-albergo) è infatti una processione di formiche che poi s'ammassano attorno alle due costruzioni. Qui giunte, si acquietano, omero contro omero, in pochi metri quadrati e con densità giapponesi.
Anche l'ingresso alla galleria di guerra che scende alla Cengia Martini è ingombra di turisti incerti e male attrezzati, diventa così pericolosa essa stessa.
Rimandiamo all'anno prossimo e scappiamo in funivia.
Dalla stazione a valle in qualche modo riguadagnamo l'auto dopo un